Frodi carosello Iva: il funzionamento

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Le Frodi Carosello sono dei comportamenti fraudolenti da parte dei contribuenti volti a raggirare il meccanismo di funzionamento dell’Iva attraverso una serie di passaggi di merce tra varie società appartenenti a Stati diversi. 

Come tutti sappiamo mettere in atto una frode significa attuare un comportamento illecito volto ad eludere precise disposizioni di legge. Negli ultimi anni tra le varie frodi a cui abbiamo assistito, hanno assunto un ruolo preponderante le c.d. “frodi carosello“, il cui scopo aggirare le normativa in materia di Iva attraverso un’operazione fittizia o inesistente tra varie società UE che termina nella richiesta di rimborso dell’Iva assolta all’estero.

Frodi carosello Iva

Le “frodi carosello” sono un meccanismo di frode fiscale, in ambito Iva, che si realizza mediante l’utilizzo di società cosiddette “cartiere“, che vengono interposte nelle transazioni commerciali, le quali avvengono, in realtà, tra un soggetto economico residente in un Paese dell’ Unione Europea e un’impresa italiana.

Nel caso degli acquisti intracomunitari, ovvero realizzati tra paesi appartenenti all’Unione Europea, le “frodi carosello” consentono di realizzare un guadagno tramite un fittizio diritto a detrarre l’Iva sugli acquisti. La normativa vigente, infatti, prevede l’applicazione dell’Iva sugli acquisti intracomunitari di beni, effettuati nel territorio dello stato nell’esercizio di imprese, arti o professioni o comunque effettuati da soggetti passivi d’imposta, nel Paese di destinazione del bene. Il soggetto debitore dell’imposta, quindi, è il soggetto acquirente o committente, attraverso il meccanismo dell’inversione contabile o (“reverse charge“), per cui l’acquirente del bene è tenuto a registrare la fattura ricevuta dal venditore comunitario, integrandola con l’ammontare dell’imposta Iva, sia nel registro delle fatture emesse che nel registro acquisti e può quindi detrarre l’Iva a norma dell’articolo 19 del DPR n. 633/72: il risultato è che l’acquisto risulta neutro ai fini Iva per l’acquirente. Qualora quest’ultimo rivenda il bene all’interno del territorio dello stato, dovrà applicare l’Iva ed il suo cessionario, soggetto passivo dell’imposta, acquisirà il diritto a detrarla.

Il meccanismo fraudolento

Il meccanismo fraudolento della “frode carosello”  si basa su operazioni triangolari tra paesi membri della Comunità Europea e con l’introduzione di una o più società che fanno da filtro. La condotta fraudolenta è volta ad aggirare la normativa sul regime Iva degli acquisti intracomunitari, realizzando operazioni fittizie con il solo scopo di arrivare a poter detrarre crediti Iva inesistenti. Il meccanismo fraudolento può essere così sintetizzato:

  1. Il fornitore comunitario fattura la merce alla società cartiera italiana in regime di non imponibilità Iva, ai sensi dell’articolo 41 del D.L. n. 331/93. Naturalmente il fornitore è appartenente ad un paese U.E. diverso da quello in cui avviene la frode;
  2. La società interposta, denominata “cartiera” acquista il bene e lo rivende immediatamente, applicando l’Iva ordinaria con aliquota 22%, senza versare la relativa Iva esposta in fattura e senza presentare la dichiarazione Iva. Il suo unico scopo è creare fatture per operazioni inesistenti. La titolarità di queste società viene spesso affidata a soggetti prestanome e nullatenenti;
  3. Il cessionario nazionale, reale acquirente della merce, porta in detrazione l’Iva pagata e assolta sull’acquisto, creandosi un indebito credito  Iva, ed acquista, di norma, il prodotto ad un prezzo più vantaggioso.

Una volta individuati i soggetti possiamo ipotizzare un esempio numero di “frodi carosello” per capire meglio il meccanismo di applicazione della frode. Ipotizziamo che il fornitore comunitario venda fittiziamente alla società cartiera un bene, poniamo pari a €. 100, senza pagare Iva, poiché si trattava di cessione all’interno di Stati appartenenti all’UE, ai sensi dell’articolo 41 del D.L. n. 331/93.

A questo punto anche la società cartiera rivende fittiziamente lo stesso bene al soggetto cessionario nazionale, sempre per lo stesso importo di €. 100, sul quale però viene addebitata l’Iva per il 22%, poiché si tratta di una compravendita di beni imponibile Iva in Italia. Questo comporta un esborso finale apparente per il cessionario nazionale di €. 122. L’operazione si conclude quando la società beneficiaria rivende alla società cedente estera i medesimi beni con il sistema intracomunitario degli acquisti, sempre al prezzo di €. 100, senza il pagamento dell’Iva.

Con questo meccanismo, alla fine di un’operazione sostanzialmente neutra a fini economici perché ogni soggetto paga ed incassa €. 100, la società cessionaria nazionale ha apparentemente pagato €. 22 di Iva alla società cartiera, che quest’ultima in ogni caso non versa all’erario, non avendo mai incassato la relativa somma.

Il vero scopo dell’operazione è consentire alla società beneficiaria di realizzare un credito erariale di €. 22 su ciascuna operazione fittizia di pagamento di €. 100. Questo credito può essere sottratto dall’Iva che la beneficiaria incassa dai propri clienti oppure potrebbe essere chiesto a rimborso dallo stato.

In definitiva, le ingenti somme di denaro apparentemente spese per pagare l’Iva in favore delle società cartiere consentivano alla beneficiaria di realizzare “fondi neri” per enormi valori che potevano essere utilizzati per fini tutt’altro che onesti.

Per approfondire: La disciplina delle triangolazioni Iva comunitarie

Caratteristiche della società cartiera

Come abbiamo visto, la società cartiera, detta anche “missing trader“, costituisce il primo anello della catena evasiva, alla quale viene fatturata la merce da parte del fornitore comunitario in regime di non imponibilità Iva (articolo 41, del D.L. n. 331/93).

La società cartiera, dopo aver integrato la fattura ricevuta dal fornitore estero, rivende la merce, di solito sottocosto, al cessionario italiano (reale acquirente e destinatario della merce stessa), applicando l’Iva e consentendo a quest’ultimo l’indebita detrazione dell’imposta assolta sugli acquisti.

La stessa società, che è generalmente amministrata da un soggetto prestanome:

  • Non svolge alcuna attività commerciale;
  • Non istituisce le scritture contabili obbligatorie;
  • Non presente la dichiarazioni fiscali obbligatorie (redditi e Iva);
  • Non possiede, normalmente locali commerciali;
  • Generalmente, viene posta in liquidazione dopo pochi mesi dalla sua costituzione.

In alcuni casi di frode, più sofisticate, vi è anche una società filtro, denominata anche “buffer“. Questa società riceve la fattura dalla società cartiera e, a sua volta, fattura al successivo anello della catena, applicando un lieve ricarico di prezzo sulla successiva cessione dello stesso materiale acquistato dalla società cartiera.

La società filtro viene interposta, nei meccanismi di frode più articolati, allo scopo di creare uno schermo giuridico tra la società cartiera e la società che effettivamente acquista la merce. Questa società solitamente:

  • Istituisce e conserva le scritture contabili;
  • Registra le fatture di acquisto e vendita;
  • Presenta le dichiarazioni dei redditi;
  • Effettua le liquidazioni e i versamenti Iva;
  • Possiede una minima struttura materiale di uomini e mezzi utile ad esercitare la propria attività.

Solidarietà nel pagamento dell’imposta

Il legislatore fiscale con il comma 386, dell’articolo 1 della Legge n. 311/04 ha voluto introdurre una specifica norma (articolo 60-bis, comma 3, del DPR n. 633/72 – “Solidarietà nel pagamento dell’imposta“), tesa a contrastare il meccanismo delle “frodi carosello” ai fini Iva, prevedendo il meccanismo della solidarietà Iva in capo al cessionario (reale acquirente), in ipotesi di mancato versamento dell’imposta da parte del cedente (società cartiera).

In pratica, la norma prevede che il cessionario, che sia operatore professionale soggetto ad Iva (e non consumatore finale) sia solidalmente responsabile per il pagamento dell’Iva dovuta dal cedente nei casi in cui il prezzo della cessione sia inferiore al valore normale dei beni venduti, se si tratta di beni contemplati da appositi decreti ministeriali (ad esempio il D.M. 22 dicembre 2005) che individuano le categorie merceologiche maggiormente “sensibili” ai rischi di frode Iva.

La responsabilità solidale viene meno, qualora, ai sensi dell’articolo 60-bis, comma 3, del DPR n. 633/72, l’acquirente possa dimostrare che:

il prezzo inferiore dei beni è stato determinato in ragione di eventi o situazioni di fatto oggettivamente rilevabili o sulla base di specifiche disposizioni di legge e che comunque non è connesso con il mancato pagamento dell’imposta

Quindi, in caso di “frodi carosello“, al realizzarsi delle condizioni previste dalla norma, l’imposta che non è stata versata dal cedente, potrà essere richiesta dall’Erario direttamente al cessionario. L’articolo 60-bis, precisiamo, trova applicazione solo per i  beni di cui agli appositi decreti ministeriali.

Le responsabilità della società

Il problema delle Frodi Carosello, ma più in generale il problema degli illeciti societari sono diventati sempre più attuali negli ultimi anni, costringendo anche il legislatore italiano ad adeguarsi. Infatti, con la Legge n. 231/2001, che introduce nel nostro ordinamento la c.d. “responsabilità amministrativa” delle società, possiamo dire che le la normativa tributaria ha uno strumento di prevenzione e contrasto alle frodi.

Stiamo parlando di una responsabilità amministrativa per le società riguardo ai reati compiuti dai propri rappresentanti a vantaggio della società stessa. Le disposizioni in questione si applicano: “agli enti forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica”, mentre non si applicano “allo Stato, agli enti pubblici territoriali, agli altri enti pubblici non economici nonché agli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale”.

Per approfondire: La responsabilità amministrativa delle società ex Legge n. 231/2001

Alcune sentenze sulle operazioni inesistenti

Cassazione, sentenza n. 4719 del 12 marzo 2007 – La fatturazione effettuata in favore di soggetto diverso da quello effettivo non è riconducibile ad una ipotesi di fatturazione con “indicazioni incomplete o inesatte” di cui all’articolo 41, comma 3, del DPR n. 633/72, né a quella di omissione dell’indicazione dei soggetti tra cui l’operazione è effettuata, prescritta dall’articolo 21, comma 2, n. 1, del DPR n. 633/72; deve invece, essere considerata una fatturazione per operazione “soggettivamente inesistente“, di cui deve essere versata la relativa imposta in base al citato articolo 21.

Cassazione, sentenza n. 23560 del 20 dicembre 2012 – Nell’ipotesi di operazioni soggettivamente inesistenti, il diritto alla detrazione dell’Imposta sul valore aggiunto versata in rivalsa al soggetto, diverso dal cedente/prestatore, che ha, tuttavia, emesso la fattura, non sorge immancabilmente, per il solo fatto dell’avvenuta corresponsione di imposta ivi formalmente indicata, ma richiede altresì, a dimostrazione dell’effettiva inerenza dell’operazione all’attività istituzionale dell’impresa, che il committente/cessionario, il quale invochi la detrazione, fornisca, sul proprio stato soggettivo  in ordine all’altruità della fatturazione, riscontri precisi, riguardanti la prova dell’avvenuta consegna della merce e del pagamento della stessa, nonché dell’Iva riportata sulla fattura emessa dal terzo.

Cassazione, sentenza n. 19218 del 2012 – La sentenza ha confermato l’indetraibilità dell’Iva assolta sugli acquisti, in presenza di fatture soggettivamente inesistenti, pronunciandosi anche sul tema della deducibilità dei costi sostenuti, tenuto conto delle modifiche apportate dall’articolo 8, D.L. n. 16/12, che è intervenuto sul comma 4-bis, dell’articolo 14 della Legge n. 537/93, secondo il quale “nella determinazione dei redditi di cui all’articolo 6 del DPR n. 917/86, non sono ammessi in deduzione i costi e le spese dei beni o delle prestazioni di servizi direttamente utilizzati per il compimento di atti o attività qualificabili come delitto non colposo, per il quale il pubblico ministero abbia esercitato l’azione penale“. In conclusione, dopo le modifiche intervenute:

  • l’Iva assolta su acquisti derivanti da fatture per operazioni inesistenti rimane indetraibile;
  • E’ prevista l’indeducibilità del costo di acquisto sostenuto, del bene o del servizio, a condizione che:
    • I costi siano “direttamente” utilizzati per il compimento di delitti non colposi;
    • Il pubblico ministero abbia esercitato l’azione penale;
  • Prima di giudicare il cosiddetto “costo da reato” indeducibile dal reddito di impresa, occorrerà individuare solo i costi effettivamente riconducibili agli atti o alle attività ascrivibili alla categoria dei “delitti non colposi“.

4 comments

  1. Galliano Moreale

    Per sconfiggere completamente l’evasione IVA basterebbe una semplice aggiunta all’art.1 del DPR 633/72 “L’imposta NON si applica alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi tra imprese, professionisti e Amminitrazioni dello Stato”. L’IVA verrebbe incassata solamente “a valle” dal consumatore privato, che è “l’inciso dall’imposta”, essendo una imposta sul consumo, ed integralmente versata dal dettagliante. Fine delle frodi carosello.

  2. Se i legislatori vari non complicano la vita a noi studenti non sono contenti.

  3. Basterebbe che lo Stato si comportasse in maniera leale cioè restituendo l’iva a credito entro 1 mese senza poi accertare i soggetti richiedenti il tributo. In questo caso l’iva sarebbe neutra anche sul piano pratico e non solo teorico. Purtroppo in Italia l’iva è un costo anche per i soggetti passivi da qui i molti tentativi di evadere il tributo

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