La disciplina dell’interpello

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L’interpello rappresenta il diritto del contribuente di chiedere all’Amministrazione Finanziaria un parere fiscale riguardante l’applicazione di caso concreto.

L’interpello rappresenta una procedura per richiedere il parere preventivo dell’Amministrazione Finanziaria su un determinato caso concreto. Va notato che le risposte rese dall’Amministrazione finanziaria vincolano solo l’Amministrazione stessa (e quindi gli uffici periferici in sede di accertamento), mentre il contribuente può decidere di adeguarsi o meno al parere reso: perché la risposta sia vincolante per il Fisco, tuttavia, è necessario che i fatti illustrati dal contribuente nella propria istanza siano perfettamente aderenti alla realtà.

Le istanze di interpello per cui esiste un termine per il silenzio-assenso da parte dell’Agenzia delle Entrate  (quelle riferite alla disapplicazione della disciplina CFC o della disciplina delle società di comodo o gli interpelli antielusivi) devono essere presentate almeno 120 giorni prima del termine ordinario di presentazione della dichiarazione che riflette il comportamento indicato nell’istanza, indipendentemente dal fatto che siano, prima di tale termine, dovuti dei versamenti d’imposta da parte del contribuente. In base alla normativa vigente esistono le seguenti forme di interpello:

  1. Interpello “ordinario”: di cui all’articolo 11 della legge n.212/2000 (“Statuto diritti del contribuente”): consente ad ogni contribuente di chiedere un parere riguardo un caso concreto e personale al quale applicare una norma tributaria di incerta interpretazione;
  2. Interpello “speciale” (antielusivo): di cui all’articolo 21 della legge n. 413/1991: consente di acquisire un parere favorevole su diverse operazioni e sulla classificazione di spese alle quali si riferiscono le disposizioni antielusive;
  3. Interpello “speciale” (disapplicativo): di cui al comma 8 dell’art. 37-bis del D.P.R. n. 600/73: consente di dimostrare che per determinate operazioni, non sussistono elementi di elusività contrastati da specifiche norme dell’ordinamento tributario, delle quali si chiede la disapplicazione;
  4. Interpello sulle società estere controllate (“Controlled foreign companie CFC”): di cui all’art. 167 e 168 del TUIR: consente al soggetto residente di dimostrare preventivamente la sussistenza dei presupposti per ottenere la disapplicazione della normativa sulle imprese estere partecipate, relativamente a ciascuna controllata estera.

Interpello Ordinario (art. 11 legge 212/2000)

L’interpello ordinario, disciplinato dallo statuto dei diritti del contribuente,  deve riguardare casi concreti e personali, rispetto ai quali sussiste incertezza in merito alla concreta applicazione di una norma tributaria. La presentazione dell’istanza non sospende i termini tributari pendenti. Trascorsi 120 giorni dall’invio dell’istanza senza che l’Agenzia delle Entrate abbia fornito una risposta al contribuente vige il principio del silenzio-assenso, secondo il quale è ritenuto valido il comportamento prospettato dal contribuente, ed inserito obbligatoriamente nell’istanza.

La risposta fornita dall’Agenzia vale solo limitatamente a quel caso concreto, rispetto al quale gli accertamenti e le sanzioni emanate in difformità delle pronuncia diventano nulli. Se la questione proposta dal contribuente è ritenuta di interesse generale la risposta dell’Agenzia può avvenire anche collettivamente, attraverso una risoluzione o una circolare ministeriale.

Interpello antielusivo (art. 21 legge 413/1991)

L’interpello antielusivo ha una portata più limitata di quello originario, rispetto al quale riveste un carattere di specialità con riferimento alle materie oggetto della richiesta di parere, che può essere solo:

  1. Di applicazione al caso concreto delle disposizioni recate dal comma 3 dell’art. 37 DPR 600/73 (interposizione fittizia);
  2. Di applicazione al caso concreto delle disposizioni recate Qualificazione di determinate spese come di pubblicità o di rappresentanza, secondo la definizione dell’art. 108, DPR 917/86.

L’istanza deve presentarsi alla Direzione Regionale competente. Sotto il profilo procedimentale è previsto che, conclusi i 120 giorni dall’invio dell’istanza alla competente DRE, il contribuente può diffidare l’Agenzia delle Entrate ad adempiere entro ulteriori 60 giorni decorsi i quali la mancata risposta è da considerarsi quale silenzio-assenso.

Interpello disapplicativo (art. 37-bis DPR 600/73)

Attraverso la procedura dell’interpello disapplicativo, il contribuente può presentare un istanza all’Amministrazione Finanziaria allo scopo di vedere disconosciuta, nei suoi confronti, una norma antielusiva a carattere particolare prevista dall’ordinamento. A tale fine il contribuente deve tuttavia dimostrare che, nella fattispecie, il comportamento elusivo contrastato dalla norma fiscale non può verificarsi.

La procedura deve essere esperita anche nei casi di non applicazione della disciplina delle società di comodo.

Interpello CFC (Art. 167 e 168 DPR 917/86)

Il soggetto che controlla società residenti in paradisi fiscali può evitare l’applicazione della disciplina sulle CFC, previa la presentazione di un interpello preventivo all’Agenzia delle Entrate in cui dimostri alternativamente che:

  1. La controllata svolge un’effettiva attività industriale o commerciale, come suo oggetto principale, nel mercato del paradiso fiscale in cui ha sede;
  2. Dalla partecipazione non è derivato l’effetto di localizzare i redditi in stati o territori in cui sono sottoposti a regimi fiscali privilegiati.

La risposta fornita dall’Agenzia delle Entrate non è circoscritta al periodo d’imposta cui la richiesta di disapplicazione è rivolta, a patto che nei successivi esercizi permangano inalterate le condizioni fatturali rappresentate nell’istanza. D’altro canto, il parere reso dall’Agenzia delle Entrate non è vincolante per il contribuente, che resta dunque libero di eventualmente uniformarsi alla risposta ottenuta, dovendo tuttavia in tal caso dimostrare successivamente, anche in contenzioso, la sussistenza delle condizioni che consentono la disapplicazione della CFC.

Il ruling internazionale

L’art. 8 del D.L. 269/2003 ha introdotto nel nostro ordinamento il “ruling internazionale”, ovvero una procedura  che permette, alle imprese che, nell’ambito della propria attività, hanno rapporti con soggetti esteri, di negoziare e concludere un accordo con l’Agenzia delle Entrate italiana, avente ad oggetto principalmente:

  1. Prezzi di trasferimento (Transfer price);
  2. Gli interessi;
  3. I dividendi;
  4. I canoni.

Tempistica: il contraddittorio in merito alla definizione degli elementi suddetti deve concludersi entro 180 giorni dalla presentazione dell’istanza; è ammessa come possibilità anche quella che non venga raggiunto alcun accordo tra le parti.

Durata: viene espressamente previsto che l’accordo sottoscritto tra l’Amministrazione Finanziaria e il contribuente abbia effetto per 3 esercizi e sia rinnovabile, oltre che modificabile qualora mutino in maniera consistente le circostanze prese a riferimento delle conclusioni originariamente raggiunte.

Effetto: l’effetto del ruling è quello di limitare il potere di accertamento dell’Amministrazione Finanziaria italiana alle sole questioni diverse da quelle per cui è stato raggiunto un accordo tra contribuente e Fisco.

L’istanza: va presentata dal contribuente presso i competenti uffici dell’Agenzia delle Entrate istituiti a Milano e Roma con riguardo, rispettivamente, alle imprese aventi domicilio fiscale nelle Regioni del nord e del sud.

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