Schema di Ponzi: una delle più grandi truffe economiche

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Lo schema Ponzi è una tecnica di investimento ingannevole: chi propone l’investimento fa credere di poter avere ingenti guadagni a breve termine senza rischi, a condizione che l’investitore recluti a sua volta altri investitori.

Quante volte negli ultimi anni abbiamo sentito parlare dei furbetti che con promesse di meccanismi mirabolanti per fare soldi hanno finito per raggirare, truffare ed illudere molte persone?! Se ci pensiamo bene anche fin troppe volte, ma questo perché il meccanismo usato per truffare è vecchio come il mondo, e chi è esperto del settore sicuramente ne sa qualcosa.

Partiamo con un esempio: immaginiamo che un soggetto X convinca i suoi conoscenti a prestargli soldi sostenendo di conoscere un meccanismo mirabolante per moltiplicarli. La voce gira, i soldi arrivano sempre più numerosi; il meccanismo che sta alla base è semplice: con i soldi degli ultimi si pagano gli interessi,  oppure si rimborsa il capitale ai prestatori che cominciano ad avere dei dubbi, e così via. Dove è il problema? Il problema è che non c’è il meccanismo mirabolante per moltiplicare i soldi.

Se X si è preso troppi rischi, o è stato sfortunato, violazioni di legge a parte, il suo meccanismo di truffa cadrà non appena un numero sempre più grande di investitori chiederà indietro i propri soldi, provocando una crisi di liquidità ad X, che si troverà costretto a dichiarare il proprio fallimento. Questo apparentemente semplice meccanismo viene utilizzato da anni per fare truffe ad ignari investitori che si fidandosi fin troppo, finiscono per perdere tutti i loro risparmi.

Questa apparentemente semplice catena di Sant’Antonio prende il nome di schema di Ponzi dal nome di un truffatore di origine italiana, Carlo detto Charles, nato a Lugo di Romagna nel 1882. Rispetto alla catena di Sant’Antonio lo schema di Ponzi punta in realtà su una figura carismatica centrale, che mantiene i contatti diretti con i clienti. Non si tratta di una struttura piramidale pura, che ha il difetto di crollare con maggiore rapidità. Negli anni Venti Ponzi organizzò una supertruffa, offrendo il raddoppio in tre mesi del capitale investito in titoli (inesistenti) delle Poste internazionali.

Riprendiamo adesso il nostro esempio, e cambiamo un piccolo particolare: immaginiamo che X non sia una singola persona, ma una delle banche mondiali salvate con i soldi pubblici, perché troppo grandi per fallire, immaginate quali potrebbero essere le conseguenze per tutto il sistema economico, adottando la fattispecie prevista dallo schema di Ponzi: il default.

Ma che cosa può insegnarci tutto questo? A mio avviso una regola molto semplice, ma molto pragmatica: i debiti si pagano sempre, anche quando sembra che non li paghi nessuno. Infatti, quando non è il debitore ad onorare i suoi debiti, li paga comunque il creditore, rinunciando volente o nolente ai propri soldi. Se il creditore non ha più soldi, nel senso che le garanzie che ha in mano, oppure il suo capitale non valgono il credito cui deve rinunciare, e quindi si apre un buco così grosso da minacciare la stabilità dell’economia. In questi casi, l’intervento dello Stato inventa l’unica soluzione praticabile per socializzare il debito e “spalmarlo” sul massimo di cittadini possibile, come succede con il debito pubblico.

Il meccanismo che abbiamo provato a descrivere nel nostro esempio, determina quello che nel gergo economico viene definito rischio morale (moral hazard). Il rischio morale è un fenomeno che si ha quando una persona non paga le conseguenze delle sue azioni. Normalmente il rischio morale è considerato un problema: secondo la terminologia economica, un fallimento di mercato. In senso tecnico un fallimento di mercato è ogni allontanamento della realtà dal modello di equilibrio generale competitivo; ma cerchiamo di capire meglio in cosa può consistere un rischio morale.

In definitiva, che conclusione possiamo trarre dallo schema di Ponzi? Una prima conclusione riguarda il fatto che se il rischio morale non viene adeguatamente circoscritto, può causare danni enormi. In secondo luogo, che il rischio del debito privato di un paese è sempre privato, alla fine, se non si vogliono fare danni a catena. Corollario della prima conclusione è che bisogna controllare sempre il livello di rischio che è associato al debito privato di una certa economia, ma a chi spetta questo controllo? Alle tanto discusse agenzie di rating? A qualche organismo internazionale superpartes? Quel che è certo è che al momento nessuno si sta preoccupando di farlo, o almeno di farlo in modo appropriato.

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