Contenzioso tributario: novità in materia di mediazione

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La mediazione tributaria è stata introdotta nel nostro ordinamento dall’art. 39, del decreto-legge n.98/2011 che ha inserito l’art. 17-bis nel decreto legislativo n. 546 del 1992. La mediazione è uno strumento deflattivo del contenzioso tributario volto a prevenire ed evitare le controversie, attraverso una preventiva mediazione della pretesa tributaria, tra fisco e contribuente, da trovarsi prima di costituirsi in giudizio dinnanzi al giudice tributario.

La legge di stabilità 2014 (L.147/2013) è intervenuta modificando alcuni principi di funzionamento della mediazione tributaria, eliminando alcune criticità riscontrate nei suoi primi anni di applicazione. L’istituto della mediazione tributaria trova applicazione ogni qualvolta ci si trovi di fronte ad un atto di imposizione emesso dall’Agenzia delle Entrate di valore non superiore a 20.000 € (di imposta). In questo caso, il contribuente, in luogo della presentazione del ricorso tributario, è tenuto a notificare un apposito atto di reclamo, che può contenere un’istanza di mediazione.

L’atto di reclamo è strumentale alla definizione della lite in via stragiudiziale, arrivando a rinegoziare con l’Agenzia la pretesa tributaria, beneficiando di sanzioni ridotte al 40%. Ove, invece, la fase di mediazione non porti ad esiti positivi, il contribuente è tenuto a costituirsi in giudizio presso la commissione tributaria provinciale competente, depositando l’atto di reclamo, senza potervi apporre alcuna integrazione delle motivazioni.

Stante essere questa, la disciplina ad oggi in vigore, il principale problema dell’istituto consiste ne. fatto che l’assenza di notifica del reclamo causa automaticamente l’inammissibilità del ricorso, con conseguente definitività dell’atto (e quindi il contribuente è tenuto a pagare tutta la pretesa al fisco, senza possibilità di difendersi in giudizio). Tale effetto distorsivo, lesivo della possibilità di difesa del contribuente, contrasta con l’art. 24 dell Costituzione, in quanto la tutela giudiziale resta, di fatto subordinata alla presentazione di una domanda all’autorità amministrativa.

Adesso, invece, la nuova formulazione dell’art. 17-bis del D.lgs 546/92, la presentazione del reclamo non è più prevista a pena di inammissibilità, posto che essa diviene una condizione di procedibilità dell’azione.

Dal punto di vista procedurale l’iter previsto dall’art. 17-bis del D.lgs 546/92 non viene, in sostanza, modificato, quindi l’atto emesso dall’Agenzia delle entrate è reclamabile entro i consueti 60 giorni dalla notificazione.

Dalla notifica dell’atto di reclamo all’Agenzia delle Entrate iniziano i 90 giorni di tempo concessi alle parti per stipulare l’atto di mediazione conciliativo delle pretese delle due parti in causa.

In caso di esito negativo della conciliazione, è necessario che il contribuente si attivi per la costituzione in giudizio, davanti alla commissione tributaria provinciale competente, entro 30 giorni che decorrono dallo spirare dei 90 dalla proposizione del reclamo, per cui, la costituzione in giudizio di fatto, deve avvenire non oltre 120 giorni dalla notifica del medesimo. E’ importante tenere presente che nel calcolo dei giorni è necessario tenere presenti i giorni di sospensione dei termini processuali.

Cosa succede, quindi adesso se il contribuente si dimentica di proporre il reclamo e invece presenta direttamente il ricorso? Se il contribuente o il suo difensore si costituiscono direttamente in giudizio, senza proporre il reclamo, spetta all’Agenzia delle Entrate la scelta circa l’opportunità di eccepire l’improcedibilità. Qualora venga eccepita, il Tribunale rinvia la trattazione della controversia per consentire la mediazione delle parti. Se la mediazione non avviene, il processo proseguirà per le vie ordinarie, e lo stesso dicasi se l’Agenzia delle Entrate nulla eccepisce oppure omette di costituirsi in giudizio tempestivamente.

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