Responsabilità del socio per l’accertamento sulla società

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L’avviso di accertamento notificato ad una società ha riflessi patrimoniali anche sul socio stesso, con profili diversi a seconda che si tratti di una società di persone o di capitali. 

Quando viene notificato un avviso di accertamento ad una società una delle prime cose che si pensano e se questo possa comportare qualche tipo di conseguenza anche per i soci della società per quanto riguarda la responsabilità patrimoniale dell’obbligazione tributaria.

Spesso, infatti, i rapporti tra società e socio influenzano e spesso condizionano l’andamento della società, e per questo negli ultimi anni sono sempre più oggetto di attenzione da parte del fisco, finendo per formare oggetto di verifica in sede di accertamento.

Per capire come si possono delineare le responsabilità del socio sugli accertamenti notificati alla società è necessario partire da un presupposto fondamentale: l’accertamento tributario più riguardare, con profili diversi, sia le società di persone che di capitali, che nel proseguo andremo ad esaminare.

L’attenzione dei verificatori fiscali negli accertamenti va tanto più a concentrarsi nei rapporti socio/società ogni qualvolta appare palese che la posizione personale dei soci è assai trascurata, generando criticità a volte di non semplice soluzione. Vediamo brevemente quali sono le differenze tra un accertamento sulle società di persone ed uno sulle società di capitali.

Accertamento sulle società di persone

Se si tratta di società di persone, l’accertamento della società, per effetto di quanto disposto all’articolo 5 del DPR n. 917/86, produce diretti effetti di responsabilità sui soci, ai quali sono imputati per trasparenza i redditi della società pro-quota.

Sotto il profilo della responsabilità dei soci per i debiti della società la Corte di Cassazione ha ripetutamente affermato che, mancando nell’ordinamento tributario regole specifiche, trovano applicazione le norme del Codice civile: ne consegue che il fisco potrà aggredire il patrimonio personale del socio per debiti della società, ma solo alla previa condizione di avere dapprima tentato di soddisfare il proprio credito sul patrimonio sociale.

Una volta soddisfatta questa condizione, però, il fisco potrà applicare il principio di solidarietà, secondo il quale il socio potrà essere chiamato a rispondere dell’intero debito, salvo poi esercitare l’azione di regresso sugli altri soci per vedersi ristorare parte delle somme anticipate. Questo modello trova applicazione anche nelle Società in Accomandita Semplice, con la precisazione che, proprio in virtù dell’applicabilità delle norme civilistiche, il socio accomandante non potrà che rispondere nei limiti del capitale sociale.

Accertamento sulle società di capitali

Se invece spostiamo l’attenzione sulle società di capitali, la soluzione è ben diversa, e ciò proprio in ragione dell’applicabilità delle disposizioni civilistiche.

In particolare, il socio non potrà essere chiamato ad avere responsabilità per i debiti fiscali della società, sia che si tratta di imposte, che di sanzioni o di interessi. Nemmeno l’amministratore, socio o non socio, risponde per i debiti fiscali della società; e, tra questi debiti, nemmeno delle sanzioni tributarie, dopo che l’articolo 7 del D.L. n. 269/2003 ha previsto che le stesse si concentrano sul soggetto rappresentato, in ciò introducendosi una fondamentale deroga rispetto al principio di personalizzazione delle sanzioni amministrative tributarie che stava alla base del decreto legislativo n. 472/1997.

Questo quadro non può però consentire un giudizio di assoluta tranquillità per i soci; essi, infatti, se da un lato non saranno passibili di accertamento personale ai sensi dell’articolo 5 del DPR n. 917/86 – non operando nei di loro confronti il principio di trasparenza – nella pratica sono comunque destinatari di accertamenti Irpef, stante che la Corte di Cassazione, con riferimento alle società a ristretta base familiare o comunque composte da un numero limitato di soci, ritiene operante il principio secondo cui è ragionevole ritenere, salva la prova contraria, che il socio abbia “incamerato” l’eventuale quota evasa dalla società in proporzione al capitale sociale detenuto: il reddito accertato è un dividendo e non un reddito di partecipazione, e dunque la quota imponibile risente (a favore del contribuente) di tale circostanza, ma questo non rende la presunzione meno insidiosa.

Le criticità nei rapporti tra società e soci

Il principale punto di criticità nei rapporti tra società e soci è costituito dai finanziamenti effettuati nei confronti della società:

  • La possibilità che il fisco possa trarne spunto per accertare il socio in via sintetica ai sensi dell’articolo 38 del DPR n. 600/1973;
  • La possibilità che il fisco possa presumere la fruttuosità del finanziamento, in mancanza di specifiche pattuizioni;
  • A monte, la possibilità che il fisco possa ravvisare l’esistenza di un finanziamento, sebbene questa non fosse l’intenzione dei soci.

L’articolo 45 del DPR n. 917/86 rende sicuramente opportuna la pattuizione del finanziamento soci per iscritto: in mancanza, infatti, l’interesse si presume percepito nell’ammontare maturato e nella misura del saggio legale. Spesso il fisco addita la propria azione su questa operazione, sia in ragione di vizi formali, sia di circostanze ritenute anomale, quali:

  • La mancanza del contratto e/o di apposita delibera degli organi sociali;
  • La mancanza, nel contratto redatto, di alcuni elementi essenziali;
  • L’erronea classificazione nel bilancio della società del debito verso i soci;
  • La gratuità del finanziamento, malgrado la precaria situazione finanziaria del finanziatore;
  • La possibile riqualificazione dell’operazione: per esempio, il finanziamento viene ritenuto un dividendo, oppure un credito del socio verso la società viene ritenuto rinunziato.
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