Lavoro autonomo e abitualità della prestazione

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Come distinguere se un’attività di lavoro autonomo è esercitata con abitualità? L’abitualità della prestazione ove sia individuata richiede necessariamente l’apertura di una partita Iva per l’esercizio dell’attività.

L’analisi sul concetto dell’abitualità delle prestazioni di lavoro autonomo per natura o in senso stretto, non può che essere condotta distinguendo la situazione di chi è iscritto in albi, elenchi, ruoli o registri professionali e imprenditoriali in genere, da quella dei non iscritti.

Nel primo caso, è logico ritenere, che si è sempre in presenza di attività abituale, indipendentemente dalla frequenza delle prestazioni, quando congiuntamente:

  • Il lavoratore autonomo o imprenditore è iscritto ad albi, elenchi, ruoli o registri;
  • Il lavoratore autonomo svolge operazioni, non importa il numero e la frequenza, rientranti tra quelle del proprio ambito di attività.

Quando, invece, il professionista anche se iscritto in albi ruoli od elenchi svolge un’attività professionale fuori dalla sua attività abituale in ambiti del tutto diversi, può usufruire della disciplina riguardante le prestazioni di lavoro autonomo occasionale.

Iscrizione ad albi, elenchi, ruoli o registri

L’iscrizione del professionista in albi, elenchi, ruoli o registri rappresenta un requisito indispensabile per l’esercizio dell’attività professionale e rappresenta un elemento indispensabile per stabilire che tale professionista debba obbligatoriamente aprire partita Iva per l’esercizio in forma abituale della propria attività.

L’apertura della partita Iva rappresenta un elemento indispensabile per tutti quei professionisti come avvocati, medici, ingegneri, architetti, etc, per i quali l’albo professionale è indispensabile per esercitare la propria attività. Oltre all’iscrizione in un albo diventa diventa importante verificare il programma di attività del professionista quale è dato percepire da una pluralità di elementi, come per esempio, avvio di contatti lavorativi, acquisizione della disponibilità di locali.

In sostanza, la semplice iscrizione in albi ruoli od elenchi obbliga il professionista ad aprirsi una partita Iva. Essa, tuttavia, integra pur sempre un elemento sintomatico che, lungi dal costituire il fatto noto su cui poter unicamente fondare una presunzione di abitualità, potrebbe rappresentare un indizio grave e preciso ai sensi dell’articolo 2729 del codice civile.

Attività abituale

Per stabilire l’abitualità della prestazione professionale, non si vuole certo assegnare un valore eccessivo a elementi di carattere formale: si vuol solo dire che l’effettuazione anche di una sola operazione, in presenza delle accennate iscrizioni, potrebbe integrare l’esercizio di una abituale attività economica, in quanto il soggetto, avendo richiesto l’iscrizione, pare dimostrare, fino a prova contraria, di essere programmaticamente rivolto al lavoro in proprio, anche se non esclusivo, e di aver posto in essere un minimum di atti preparatori allo svolgimento di un’attività auto-organizzata e abituale.

Il contribuente, tuttavia, potrebbe anche essere in grado di provare il contrario. Ma tali prove devono essere concrete e non basarsi semplicemente sul numero limitato delle operazioni poste in essere, in quanto questo modo di argomentare spesso finisce per costituire un paravento all’evasione, nel senso che la prestazione qualificata dall’interessato come lavoro autonomo occasionale potrebbe in realtà essere l’unica non occultabile in mezzo a un gran numero di operazioni “in nero“.

Svolgimento di altre attività

Al di fuori di tale situazione, e cioè in presenza di attività per le quali non sia prescritta l’iscrizione in albi o elenchi ufficiali, stabilire invece se l’attività sia o meno abituale diventa un problema di più difficile soluzione, in quanto non esistono regole o parametri quantitativi fiscali che consentono di individuare in maniera netta le differenza che distinguono le attività abituali da quelle occasionali.

L’unico parametro attualmente vigente è quello contributivo. Ma esso vale solo per stabilire se il soggetto lavoratore autonomo occasionale per natura debba iscriversi o meno alla Gestione separata Inps, ma non ci spiega ancora se il soggetto che svolge prestazioni ripetute nel corso dell’anno, anche se al limite sotto la fascia di €. 5.000, debba aprire o meno la partita Iva.

Orbene, nonostante sul tema in esame ultimamente si sia innestato anche l’aspetto contributivo, sul piano fiscale nulla sembra essere cambiato.

Rimangono pertanto valide le puntualizzazioni fino a ora effettuate dall’Amministrazione finanziaria a partire da quella, ribadita in più occasioni, che, essendo incerta la distinzione tra abitualità e occasionalità, la valutazione circa l’esistenza dell’uno o dell’altro elemento deve essere fatta caso per caso sulla base delle fattispecie concrete che di volta in volta vengono in considerazione, non esistendo cioè soluzioni a priori.

Abitualità e professionalità

Il termine abituale nel contesto delle regole fiscali è esclusivamente abbinato al termine della professionalità a prescindere dall’organizzazione. Quest’ultima, infatti, ha rilevanza per stabilire se le abituali prestazioni di servizi, non rientranti nell’articolo 2195 del c.c. e, quindi, intrinsecamente autonome sul piano civile, siano di impresa o di lavoro autonomo sul piano fiscale.

L’elemento dell’abitualità, abbinato a quello della professionalità, starebbe a delimitare perciò una attività caratterizzata da ripetitività, regolarità, stabilità e sistematicità di comportamenti.

Naturalmente, l’abitualità dell’attività di lavoro autonomo che non significa esclusività, è perfettamente compatibile con il parallelo esercizio di un’attività di lavoro dipendente o di collaborazione coordinata e continuativa o di socio di società in genere, in quanto anche un’attività autonoma effettuata per poche ore al giorno o saltuariamente e, al limite, anche nei confronti di un solo committente, ma con costanza nel tempo, dando quindi l’idea di rappresentare per il prestatore il suo modo ordinario di esercitare la propria attività di lavoro indipendente, e anche senza una particolare organizzazione e anche se poco remunerata, realizzano il presupposto soggettivo per l’apertura della partita Iva, dovuto a presenza appunto dell’abitualità.

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23 comments

  1. Il primo problema che vedo è che l’accompagnatore turistico per poter operare ha bisogno di autorizzazioni che passano necessariamente dal dover operare con partita Iva. In ogni caso, comunque, è opportuno verificare se operare con partita Iva, nel suo caso non sia più conveniente, una volta verificata la possibilità di accedere la regime forfettario. Se vuole ne parliamo con maggiore dettaglio in privato.

  2. Da verifiche effettuate con la Provincia e la Regione competente per territorio l’attività di Accompagnatore turistico può essere svolta come collaboratore occasionale (purché rimanga al di sotto dei 5000 euro).
    Il mio dubbio era se l’apertura della partita IVA è da riferirsi alle singole attività (e nessuna delle due accompagnatore o musicista supera i 5.000,00) o al cumulo delle stesse.
    Ringrazio per il riscontro.

  3. Da un punto di vista fiscale la partita Iva non si apre se si superano limiti di reddito, ma se si svolgono attività (una o più di una) in modo continuativo nel tempo.

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