Banner pubblicitari: guida al regime fiscale

Condivisioni

Nell’ambito delle prestazioni rese tramite strumenti informatici, i proventi derivanti da “banner pubblicitari” sono inquadrabili tra i ricavi d’impresa, anche se il corretto inquadramento ai fini reddituali di tali proventi, non è ancora stato ufficialmente chiarito dall’Amministrazione finanziaria. 

Quando si decide di aprire un blog personale o un sito Web di frequente si inseriscono banner pubblicitari, con l’intento di arrivare a monetizzare grazie a campagne pubblicitarie fornite da specifici portali che si occupano di questi servizi.

Nell’ambito delle prestazioni rese tramite l’utilizzo di strumenti informatici come siti web, spesso ci si chiede quale sia la modalità migliore per inquadrare dal punto di vista fiscale e reddituale i proventi conseguiti attraverso i c.d. “banner pubblicitari” ospitati sui siti web. Con il termine “banner pubblicitari” si intendono gli spazi resi disponibili dal proprietario di un sito web, nei confronti di soggetti terzi che li utilizzano per scopi pubblicitari, dietro il pagamento di un corrispettivo.

Il rapporto contrattuale

Da un punto di vista strettamente civilistico il proprietario del sito web instaura un rapporto contrattuale direttamente con le società che offrono inserzioni pubblicitarie (tra cui la più famosa è sicuramente quella offerta da Google, ovvero Google adsense), senza avere un rapporto diretto con gli utenti che accedono al messaggio pubblicizzato sul banner.

Il corrispettivo percepito dal proprietario del sito web viene determinato, solitamente o in base al numero di accessi al banner (c.d. “Cost per click” o CPC), oppure in base al numero di pagine visitate del sito (c.d. “pay per impression” o CPM). Per questo motivo il titolare del sito ha tutto l’interesse a rendere lo stesso quanto più visibile e interessante per incrementare il numero di coloro che, accedendo al medesimo, potrebbero potenzialmente fare scattare la condivisione dell’inserzione pubblicizzata attraverso il banner.

Cost Per Click (CPC)

In questo tipo di campagne pubblicitarie il gestore del sito web che ospita i banner pubblicitari viene remunerato per ogni singolo click che gli utenti effettuano sui banner pubblicitari. Tenete presente che, mediamente, per ogni singolo click il guadagno percepito varia tra i 10 e i 50 centesimi di euro. In questo tipo di campagne pubblicitarie, sicuramente quelle più diffuse nel mercato, non conta quante volte il banner viene visualizzato dagli utenti del sito, quello che conta per la remunerazione è il numero di click ottenuti dal sito web. Gli inserzionisti che utilizzano questo tipo di campagne adottano varie tecniche per cercare di posizionare i banner in posizioni strategiche dei sito, quelle dove i visitatori prestano maggiore attenzione, ovvero le zone “above the fold”, nella parte superiore e più visibile della pagina, ove non è necessario utilizzare la barra di scorrimento.

Cost Per Mille (CPM)

Le campagne pubblicitarie basate sul CPM basano la remunerazione per l’inserzionista in base alle visualizzazioni ricevute dal banner pubblicitario. Non importa quanto e se ci saranno click effettivi, una volta che mille utenti avranno visualizzato il banner, vi spetterà una remunerazione. Questo tipo di campagna pubblicitaria è quella meno preferita dagli inserzionisti in quanto il pagamento avviene solo sulla visualizzazione del banner, quindi anche per visitatori del sito potenzialmente non interessati alla campagna pubblicitaria. Per questo motivo la remunerazione di questo tipo di advertising è sicuramente inferiore rispetto alle campagne remunerate in CPC.

Qualunque sia il tipo di campagna pubblicitaria su cui deciderai di fare affidamento, il consiglio che mi sento di darvi è quello di non improvvisare. Un banner pubblicitario non vi farà guadagnare se non sarà implementato in una più ampia strategia di business del vostro sito. Quello che voglio dire è che per arrivare a guadagnare con i banner pubblicitari è necessario avere molto traffico che transita sul vostro sito. Per ottenere traffico è indispensabile avere una ottima qualità dei contenuti, pubblicati con costanza, in una nicchia di mercato ancora non troppo sfruttata dalla concorrenza. Non potrete fare a meno di utilizzare strategie di marketing (avrete sicuramente sentito parlare di inbound marketing), strategie basate sui social media, ma soprattutto non potrete fare a meno di utilizzare tecniche di SEO, per ottenere visibilità dei vostri contributi da parte di Google.

Disciplina fiscale dei banner pubblicitari

Sull’inquadramento reddituale dei proventi dell’attività derivante dai banner pubblicitari, sino ad oggi, l’Amministrazione finanziaria non si è ancora espressa concretamente con alcun tipo di chiarimento ufficiale. Pertanto, ci si potrebbe chiedere se tale attività sia inquadrabile tra quelle di impresa (dando risalto allo scambio tra spazio pubblicitario e corrispettivo) o di lavoro autonomo (dando rilievo all’attività di aggiornamento e rivisitazione del sito da parte dell’autore).

A tal fine, occorre tener conto dei chiarimenti già forniti dall’Amministrazione finanziaria per le attività di impresa e di lavoro autonomo. Così, ad esempio, secondo la Risoluzione Ministeriale n. 129 del 1996, fermi restando per entrambe i requisiti della professionalità e dell’abitualità, configura attività di lavoro autonomo, a prescindere dall’iscrizione in elenchi o albi, la prestazione che assume gli elementi tipici dell’attività professionale intellettuale, ravvisabili sia nell’impegno a prestare la propria opera intellettuale per il raggiungimento del risultato sperato, senza alcun obbligo di conseguirlo, sia nel fatto che tra le parti sussista un rapporto fiduciario. Configura, invece, esercizio di impresa la prestazione che presuppone una prevalente opera di organizzazione di vari fattori produttivi, organizzazione che assume, nei confronti della clientela, una rilevante importanza rispetto alla figura dell’imprenditore.

Poiché la prestazione in esame si sostanzia, in sé e per sé, nella messa a disposizione di terzi di alcuni spazi del sito web dietro corrispettivo, senza ulteriori dirette implicazioni, i proventi derivanti dalla fornitura di banner pubblicitari trovano collocazione tra i redditi d’impresa, non ravvisandosi i tratti distintivi del lavoro autonomo. Per vendere direttamente spazi pubblicitari all’interno di un sito web, la normativa fiscale prevede necessariamente l’apertura di una partita Iva, legata all’esercizio di una attività commerciale. Questo, in quanto, tale tipologia di attività ha carattere continuativo (i banner pubblicitari sono presenti sul sito in maniera continuativa), e per questo non è possibile ricorrere alla prestazione occasionale, che per legge è limitata ad attività svolte in modo saltuario e non continuativo.

Apertura della partita Iva

Una volta arrivati a questo punto, il passo successivo è quello di rivolgervi al vostro dottore Commercialista di fiducia, per tutti gli adempimenti necessari all’avvio della vostra attività, legata alla gestione del sito web. Se voi state già esercitando un’attività professionale di lavoro autonomo (avvocato, commercialista, architetto, geometra, consulente, informatico, etc.) con autonoma partita Iva, l’attività di gestione pubblicitaria tramite Google Adsense rappresenterà per voi un’attività accessoria, che dovrà essere comunicata all’Agenzia delle Entrate, attraverso l’indicazione di un secondo codice attività legato alla promozione di spazi pubblicitari in internet. I codici attività da utilizzare possono essere alternativamente:

Codice attività Ateco 73.11.02 – Conduzione di campagne di marketing e altri servizi pubblicitari;

Codice attività Ateco 73.12.00 – Attività delle concessionarie pubblicitarie.

Per questi soggetti è importante sottolineare che è escluso l’obbligo di pagamento dei contributi previdenziali se il professionista è già iscritto ad altra forma previdenziale. Sia i professionisti che già pagano la Cassa di Previdenza del proprio ordine o albo che i lavoratori dipendenti (full time), non sono tenuti al versamento di altri contributi previdenziali.

In caso contrario, se non avete una partita Iva, è necessario avviare una vera e propria attività commerciale, per cui, oltre alla partita Iva è obbligatoria anche l’iscrizione al Registro delle Imprese, gestito dalla Camera di Commercio. Il costo dell’iscrizione al Registro delle imprese ammonta a €. 35,50 per diritti e bolli, oltre al diritto camerale di €. 88,00 se piccolo imprenditore e di €. 200,00 per gli iscritti nella sezione ordinaria. Nel caso in cui il sito web sia gestito già da un’impresa commerciale (ad esempio un negozio di abbigliamento, che apre il suo sito web), questi adempimenti saranno già stati effettuati, per cui basterà comunicare l’esercizio dell’attività di gestione di spazi pubblicitari, utilizzando i codici attività visti in precedenza.

Contributi previdenziali

Per gli esercenti attività commerciale, oltre agli adempimenti amministrativi è anche obbligatoria l’iscrizione a una forma previdenziale. Le opzioni sono due presso l’Inps: la Gestione Separata o la Gestione Commercianti. Non bisogna però fare confusione, le due gestioni non sono alternative, ma la scelta dell’una o dell’altra è dipesa dal tipo di attività esercitata. Se l’attività svolta è al 100% di  gestione di spazi pubblicitari, allora è obbligatoria la scelta della Gestione Commercianti dell’Inps; viceversa, se viene svolta sul web anche altra attività (web marketing, consulente informatico, tecnico web, etc.) e l’attività pubblicitaria tramite Google Adsense è soltanto accessoria, allora è prevista l’iscrizione alla Gestione Separata Inps.

Tra le due gestioni previdenziali Inps, sicuramente la Gestione Separata presenta dei vantaggi non indifferenti poiché i contributi si pagano in base al reddito che si produce (con aliquota del 27,72% sul reddito imponibile), mentre, nel caso della Gestione Commercianti, c’è un minimo fisso all’anno da pagare a prescindere dal reddito (circa €. 3.361,41), oltre a contributi aggiuntivi al superamento di un reddito imponibile di circa €. 15.000.

Fatturazione dei guadagni online

Per chi di voi avesse bisogno di avere maggiori informazioni sulla fatturazione a google Adsense può trovare utile questo nostro contributo: “Fatturare a Google Adsense ed essere in regola con il Fisco“.

Se tutto questo non dovesse bastare?

Allora chiedici maggiori informazioni compilando il form sottostante, sarai ricontattato nel più breve tempo e potrai interagire con un professionista preparato.

2 comments

  1. Buongiorno.

    Ho pubblicato una app (con banner pubblicitario) sul Windows Phone Store.
    Ho superato la soglia dei 50€ di introiti per cui potrei ricevere il pagamento.
    Ma ho temporaneamente bloccato tutto perché non mi è chiaro se e come lo devo dichiarare.

    Devo dichiararlo nella dichiarazione dei redditi del prossimo anno?
    Posso azzardare a non dichiararlo?
    Cosa si rischia realmente?

    Grazie.

    • Fiscomania

      Salve,
      l’attività che lei sta effettuando, ovvero la gestione di applicazioni con banner pubblicitari, è considerata attività di impresa. Le attività imprenditoriali sono per definizione abituali e continuative, e per questo richiedono necessariamente l’apertura di una partita Iva. Questo è quanto prevede la normativa fiscale. Tuttavia, se vogliamo fare un ragionamento più generale, la vendita di applicazioni porta a guadagni che il più delle volte sono irrisori, soprattutto nelle prime fasi iniziali. In questi casi aprire partita Iva può essere controproducente visto che oltre all’apertura della partita Iva è necessaria anche l’iscrizione in Camera di commercio e l’iscrizione alla gestione commercianti dell’Inps, che ha costi assai elevati (si tratta di circa 900 € trimestrali). Per ovviare a questi costi, almeno nella fase iniziale può essere conveniente usufruire delle prestazioni occasionali, attraverso il semplice rilascio di una ricevuta al momento del pagamento, riportando poi il compenso percepito nel quadro L del 730 o nel quadro RL del modello Unico. Questa scelta non è sicuramente la più sicura da un punto di vista fiscale, in quanto in caso di controlli, potrebbero comunque contestarle il fatto di non aver aperto partita Iva.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condivisioni