Trasformazione eccedenze Ace in credito d’imposta

Condivisioni

Le eccedenze di Ace pregresse non utilizzate in diminuzione del reddito possono essere trasformate in credito d’imposta.

Il cosiddetto Decreto Competitività (articolo 19 del D.L. n. 91/2014) è intervenuto per modificare l’articolo 1 del D.L. n. 201/2011 (convertito, con modificazioni, dalla Legge 22 dicembre 2011, n. 214), avente ad oggetto la disciplina Ace (Agevolazione per l’aiuto alla crescita economica) apportando alcune modifiche che andranno a impattare sui prossimi bilanci. In particolare, sarà necessario porre la dovuta attenzione sui seguenti aspetti:

  1. La gestione delle eccedenze pregresse, in merito alle quali è prevista la possibilità, per la generalità delle imprese, di trasformare le stesse in crediti d’imposta;
  2. Il calcolo dell’agevolazione, con l’introduzione, limitatamente alle società quotate, di una sorta di Ace rafforzata al fine di incentivare gli investimenti in capitale di rischio correlati alla quotazione nei mercati regolamentati.

La disciplina dell’Ace – Il D.L. n. 201/2011, convertito con modificazioni dalla Legge n. 214/2011, ha introdotto l’Ace per fornire un aiuto alla crescita mediante una riduzione dell’imposizione sui redditi derivanti dal finanziamento con capitale di rischio. Il tutto con l’intento di ridurre lo squilibrio del trattamento fiscale tra imprese che si finanziano con capitale di debito e imprese che si finanziano con capitale proprio. Le disposizioni attuative sono state introdotte con il D.M. 14 marzo 2012. L’Ace prevede un meccanismo di funzionamento differente a seconda che la stessa sia determinata da un soggetto Ires o Irpef. Per i soggetti Ires, in particolare, rileva la variazione in aumento di capitale proprio, che equivale all’incremento rispetto al patrimonio netto esistente alla chiusura dell’esercizio in corso al 31 dicembre 2010, con esclusione dell’utile di esercizio. Questo va calcolato tenendo conto sia degli incrementi (conferimenti in denaro e utili accantonati a riserva, a esclusione di quelli destinati a riserve non disponibili) che dei decrementi (riduzioni di patrimonio netto con attribuzione ai soci, a qualsiasi titolo effettuate).

I conferimenti in denaro devono invece essere presi in considerazione dal momento dell’effettivo versamento, mentre gli accantonamenti di utili contano dall’inizio del periodo d’imposta in cui viene assunta la relativa delibera cosi come la distribuzione di riserve di utili, da considerare quale riduzione del capitale proprio, vale a partire dall’inizio del periodo d’imposta in cui la stessa viene assunta.

Il D.M. 14 marzo 2012 ha esteso il regime premiale anche alle persone fisiche e alle società in nome collettivo e in accomandita semplice in regime di contabilità ordinaria. Per detti soggetti, è l’intero patrimonio netto risultante al termine dell’anno che assume natura di entità agevolabile ai fini dell’applicazione dell’Ace, a prescindere da quale sia la variazione in aumento del capitale investito e quindi dal fatto che il patrimonio sia di vecchia ovvero di nuova formazione.

La misura dell’agevolazione è stata determinata per il primo triennio al 3 per cento. La Legge di Stabilità 2014 è intervenuta introducendo una sorta di incremento programmato in base al quale il rendimento nozionale passerà al 4% per il 2014, al 4,5% per il 2015 e al 4,75% per il 2016.

La compensazione dell’eccedenza – L’eventuale eccedenza di rendimento può essere riportata nei periodi d’imposta successivi, senza alcun limite quantitativo e temporale. Prima dell’intervento operato dal Decreto Competitività, tale previsione penalizzava le imprese che maturavano una perdita fiscale nei periodi di imposta successivi a quello di generazione del bonus. Queste ultime, infatti, pur non perdendo il diritto relativo all’utilizzo dell’eccedenza di Ace maturata, potevano legittimamente fruire dello sconto fiscale solo nei periodi di imposta successi in cui presentavano un reddito fiscale tassabile.

Solo a quel punto, infatti, era possibile recuperare l’eccedenza Ace maturata in precedenza appostando una diminuzione del reddito imponibile. In presenza, quindi, di perdite fiscali, l’eccedenza Ace derivante dalla capitalizzazione delle imprese, rischiava di restare ferma, essendo riportabile senza limiti temporali. Ciò si rifletteva, ovviamente, solo sull’Ires, essendo l’Ace, una detassazione non fruibile dalla base imponibile Irap.

Il D.L. n. 91/2014 ha modificato la disciplina prevedendo che, a partire dal 2014, sia possibile convertire l’eccedenza Ace non utilizzata nell’esercizio in un credito di imposta da utilizzare solo in diminuzione dei versamenti dovuti per l’Irap, in cinque quote costanti annuali. La conversione dell’eccedenza nel credito di imposta si attua applicando l’aliquota di tassazione diretta sull’Ace non utilizzata. In pratica, il credito fruibile corrisponde al 27,5% dell’Ace per quanto riguarda i soggetti Ires. Invece, i soggetti Irpef dovranno determinare il credito facendo riferimento alle aliquote relative ai singoli scaglioni Irpef.

Proprio i soggetti Irpef sono coloro che spesso possono massimizzare gli effetti benefici dell’Ace visto che per costoro è l’intero stock di patrimonio netto risultante al termine dell’esercizio che assume natura di entità agevolabile, a prescindere dal fatto che si tratti di capitale di vecchia formazione (già risultante alla fine dell’esercizio 2010) ovvero di nuova formazione (utili accantonati o versamenti effettuati). Le eventuali eccedenze Ace non utilizzate vengono attribuite, pro quota, ai soci che le indicano nell’apposito campo del quadro RS della dichiarazione dei redditi, potendo essere eventualmente compensate con altri redditi d’impresa personali.

Titolarità del credito – Nel caso in cui si scegliesse di trasformare le eccedenze in crediti d’imposta, è necessario chiarire se la titolarità del credito spetti al socio o se quest’ultimo lo debba (o lo possa) restituire alla società in qualità di soggetto che ha generato l’eccedenza. Sulla questione va peraltro evidenziato che, essendo il credito utilizzabile unicamente ai fini Irap, il socio privo di una posizione individuale non sarebbe in grado di utilizzarlo e, conseguentemente, non potrebbe ritrarre alcun vantaggio dalla nuova disposizione.

Modalità di calcolo – La norma afferma che si può fruire di un credito d’imposta applicando alla suddetta eccedenza le aliquote di cui agli articoli 11 e 77 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al DPR n. 917/86 (Tuir). I soggetti Irpef, avuto riguardo alla modalità di calcolo dell’Ace in dichiarazione, devono applicare le aliquote corrispondenti agli scaglioni di reddito previste dall’articolo 11 del Tuir. In sostanza, calcolano il credito d’imposta nello stesso modo in cui si determina l’Irpef ai sensi dell’articolo 11, distribuendo le eccedenze Ace secondo gli scaglioni di reddito previsti ai fini del calcolo dell’imposta. Laddove il credito si fosse formato in vari anni, pertanto, si dovrebbe procedere a un calcolo differenziato, andando a identificare i vari scaglioni che hanno contribuito a determinare l’importo delle eccedenze per poi verificare, in ciascun anno, l’aliquota Irpef applicabile.

Utilizzo obbligatorio e criticità della disciplina – L’utilizzo dell’Ace è comunque obbligatorio, fino a concorrenza del reddito prodotto. In caso di eccedenze derivanti dal mancato esercizio della deduzione dell’Ace, è preclusa la riportabilità in avanti delle stesse così come la nuova facoltà di trasformazione del bonus inutilizzato in un credito d’imposta spendibile per Irap. In pratica, quindi, l’impresa non può scegliere se utilizzare il bonus Ace a decurtazione del reddito o a compensazione dell’Irap dovuta, essendo quella dell’abbattimento del reddito la prima scelta obbligatoria (peraltro sul piano finanziario anche la più conveniente, visto che il ritorno in termini di imposte risparmiate è immediato). Praticamente, il credito che si genera per effetto della conversione dell’eccedenza Ace non utilizzata è compensabile a decorrere dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2014 (quindi dal periodo d’imposta 2014 in Unico 2015), ed è fruibile in cinque quote annuali di pari importo solo in diminuzione dell’Irap dovuta in ciascun esercizio.

Questa possibilità di utilizzo è uno degli elementi di maggior criticità della disposizione nata con l’evidente intento di dare alle imprese un aiuto fiscale che rischia, però, di essere azzerato sul nascere. L’agevolazione, infatti, potrebbe non rivelarsi conveniente per le imprese con fondate aspettative di ripresa della redditività a breve termine, in quanto esse potrebbero usufruire della deduzione Ace in un’unica soluzione – nel primo periodo di conseguimento di reddito imponibile Ires – anziché diluire il corrispondente credito Irap in cinque periodi d’imposta. La trasformazione dell’eccedenza Ace incapiente, infatti, comporta la rinuncia all’ordinario diritto di riporto a nuovo della stessa.

L’Ace rafforzata per le società quotate – La seconda modifica riguarda l’introduzione dell’Ace rafforzata per le società quotate. Consiste, in pratica, nella maggiorazione del 40% del nuovo capitale proprio nell’anno della quotazione e nei due successivi. L’ambito applicativo dell’agevolazione, in origine prevista per le sole società quotate nei mercati regolamentati degli Stati Ue e dello Spazio economico europeo, è stato esteso in sede di conversione del decreto crescita e competitività in Legge (n. 116/2014). Per effetto di tale estensione, la maggiorazione del 40% della base Ace andrà riconosciuta anche alle società quotate nei sistemi multilaterali di negoziazione. Questo permetterà anche alle imprese di piccole e medie dimensioni di fruire dell’incentivo che, in tal modo, andrà a beneficio di un comparto imprenditoriale di rilevante interesse. In ogni caso, anche a seguito del suddetto incremento, l’importo massimo agevolabile non può eccedere il patrimonio netto esistente alla chiusura dell’esercizio nel quale viene determinata l’imposta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condivisioni