Il nuovo reato di Falso in Bilancio

Condivisioni

Il falso in bilancio ritorna ad essere un reato che può essere contestato a tutte le società e non solo a quelle quotate in borsa.

Lo scorso 14 giugno 2015 è entrata in vigore la nuova Legge Anticorruzione (Legge n. 69/2015) che ha previsto pesanti inasprimenti di pena per alcuni reati contro la Pubblica Amminsitrazione le associazioni di tipo mafioso e il falso in bilancio. In questa sede andremo ad analizzare quali sono le principali novità in tema di sanzioni per la fattispecie di falso in bilancio.

Il reato di falso in bilancio

L’articolo 9 della Legge n. 69/2015 modifica l’articolo 2621 del codice civile (rubricato “False comunicazioni sociali“), secondo il quale l’esposizione consapevole di fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero o l’omissione di fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla Legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, qualora sia effettuata con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico al fine di di conseguire un ingiusto profitto per se o per conto altrui, determina l’applicazione delle sanzioni penali.

La nuova fattispecie di falso in bilancio, sia per le società quotate che non, richiede che le condotte di esposizione o di omissione di fatti materiali non rispondenti al vero siano concretamente idonee ad indurre altri in errore. Tali delitti, quindi, sono dei “reati di pericolo” e non di danno, in quanto non è necessario dimostrare l’effettivo danno frutto di comportamenti contabili illeciti.

Questo, concretamente significa che, mentre prima per verificare la fattispecie di falso in bilancio era necessario che un soggetto terzo chiamasse in giudizio la società per un danno subito (classico caso dei creditori), adesso è possibile per il giudice procedere di ufficio, su semplice segnalazione di reato, anche da richiesta motivata dall’Agenzia delle Entrate o dalla Guardia di Finanza, capite che la differenza rispetto alla disciplina previgente è notevole.

Soggetti interessati

Sono soggettiattivi” del nuovo falso in bilancio coloro che svolgono le attività tipiche legate alla documentazione contabile della società per la quale operano: amministratori, direttori generali, dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, sindaci e i liquidatori. Ai fini della responsabilità penale, occorre che l’autore del reato svolga anche sul piano funzionale il proprio incarico. Tra i soggetti “attivi” sono inclusi anche i responsabili del fatto, ovvero, chi per in assenza di incarico formale, esercita i poteri tipici di una precisa qualifica, in modo continuativo e significativo. Perché vi sia condotta illecita deve esserci l’esposizione (consapevole) di fatti materiali non rispondenti al vero, in modo da indurre altri, soci o terzi, in errore.

I profili sanzionatori

La nuova normativa sul falso in bilancio prevede condotte e sanzioni differenti a seconda del tipo di società. In particolare:

  1. Società non quotate – L’articolo 2621 del codice civile riguarda tutte le società con esclusione di quelle quotate e di quelle non fallibili. La pena prevista è la reclusione da 1 a 5 anni. E’ bene precisare che per le società non quotate il falso in bilancio si commette soltanto ove i fatti materiali non rispondenti al vero, esposti od omessi, siano “rilevanti“. Per queste società è poi prevista una riduzione della pena, ovvero la reclusione da 6 mesi a 3 anni (articolo 2621, comma 1, codice civile) nel caso in cui il i fatti siano di “lieve entità“. Si tratta di una circostanza non molto semplice da provare, ma verrà invocata dalla maggior parte dei soggetti che saranno indagati per questa fattispecie. La “lieve entità” dovrà essere rilevata e valutata dal Giudice in base all’entità del danno cagionato alla società, ai soci o ai creditori;
  2. Società non fallibili – Per le società che non soggette alle disposizioni sul fallimento, in quanto non superano i limiti previsti dall’articolo 1 del R.D. n. 267/1942 (nei 3 esercizi precedenti o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore hanno un attivi patrimoniale non superiore a €. 300.000; ricavi lordi annui non superiori a €. 200.000; debiti anche non scaduti non superiori ad €. 500.000) il delitto è procedibile a querela della società, dei soci, dei creditori sociali, o degli altri destinatari della comunicazione sociale, e non d’ufficio. Anche in questo caso è prevista la reclusione da 6 mesi a 3 anni;
  3. Società quotate – Per le società quotate e le società emittenti strumenti finanziari negoziati l’articolo 2622 del codice civile prevede una disciplina di maggior rigore. La pena prevista è la reclusione da 3 ad 8 anni e la perseguibilità avviene d’ufficio. Per le società quotate è inoltre consentito l’arresto facoltativo in flagranza di reato, la custodia cautelare in carcere, l’utilizzo di interecettazioni telefoniche e gli arresti domiciliari. Infine, non sono previste cause di non punibilità per la particolare tenuità del fatto. Per queste società il delitto si configura attraverso due possibili condotte:
    • condotta commissiva – consiste nell’esporre consapevolmente, nei bilanci, nelle relazioni o in altre comunicazioni sociali, dirette ai soci o al pubblico, fatti materiali non rispondenti al vero (rispetto alle non quotate in questo caso non è richiesto che i fatti materiali non rispondenti al vero siano “rilevanti”);
    • condotta omissiva – l’omissione consapevole di fati materiali la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene.

Le pene accessorie

La perseguibilità di queste fattispecie avviene d’ufficio (tranne il caso delle società non fallibili), e potranno essere irrogate sanzioni accessorie come il divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali. Inoltre, vi sarà (per condanna o patteggiamento) la confisca del prodotto o del profitto del reato e dei beni utilizzati per commetterlo. In alternativa, la confisca per equivalente quando non è possibile individuare o i beni profitto del reato o quelli utilizzati per commetterlo.

La discrezionalità della normativa

Soprattutto per le società non quotate ove il falso in bilancio si commette se i fatti materiali non rispondenti al vero, esposti od omessi, risultino “rilevanti“, ovvero, idonei ad indurre altri in errore, si apre il problema della determinatezza della fattispecie. Infatti, non potendo prendere più a riferimento soglie quantitative, come in passato, sarà il giudice a dover stabilire se il fatto o l’omissione è stata o meno rilevante, aprendo così ampi spazi di discrezionalità e aprendo un ampio spazio alla futura giurisprudenza che verrà a crearsi. In pratica i giudici dovranno calarsi nelle singole fattispecie tenendo conto della natura e delle dimensioni della società, della modalità o degli effetti della condotta. Il rischio è che, almeno nei primi anni di applicazione del reato vi sua un’applicazione non sempre uniforme.

Decorrenza

L’entrata in vigore delle nuove regole sul falso in bilancio (false comunicazioni sociali) è stata lo scorso 14 giugno 2015. Anche in questo caso, si ripropone il problema dell’eventuale applicazione del principio del favor rei per i casi di modifiche alle condotte più favorevoli rispetto a quelle vigenti. Applicando l’articolo 2, comma 3, del codice penale si evince che: se la legge al tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo. In questo senso la Corte di Cassazione ha chiarito che per l’applicazione dell’articolo 2, comma 3, del codice penale, è necessario che la fattispecie prevista dalla legge successiva sia punibile anche in base alla legge precedente.

Il falso in bilancio

Il reato di falso in bilancio si perfeziona nel momento in cui la falsa comunicazione sociale esce dalla sfera del soggetto “attivo” e diventa conoscibile da parte dei destinatari (soci, o terzi). In particolare, per quanto riguarda il bilancio d’esercizio, il momento in cui scatta il reato è da individuarsi con quello del deposito del bilancio presso la sede della società ai sensi dell’articolo 2429, terzo comma, del codice civile.

Quanto al termine di prescrizione, esso è di 6 anni (articolo 157, primo comma del codice penale), aumentabile fino a 7 anni e 6 mesi in caso di interruzione ex articolo 160 del codice penale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condivisioni