Patti parasociali nelle società di capitali

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I patti parasociali sono dei contratti stipulati al di fuori del contratto di società. Posso essere stipulati al momento della stipula dell’atto costitutivo, o anche successivamente. Sono volti a regolare i diritti e gli obblighi dei soci aderenti, al fine stabilizzare il governo dell’impresa. 

Nella pratica si assiste sovente, in caso di acquisizione di partecipazioni non totalitarie in società, alla stipula di contratti volti a regolamentare la partnership, per l’esercizio dei diritti sociali, fino alle condizioni per la cessazione del rapporto tra le parti instaurato. Questi patti, non destinati ad operare sul piano dell’organizzazione societaria, vengono definiti “parasociali“. I patti parasociali sono convenzioni stipulate dai soci, all’atto della costituzione della società o anche nel corso della vita della stessa, volti a regolare i diritti e gli obblighi che scaturiscono dal contratto sociale per stabilizzare il governo dell’impresa. Essi nascono dall’esigenza dei soci di tutelare meglio gli interessi già tutelati dalla legge, o per sopprimere alcune lacune e deficienze legislative o per adeguarsi a sopravvenute esigenze della pratica societaria.

Nella maggior parte dei casi essi si presentano come dei veri e propri contratti che si collocano al di fuori del contratto di società, nei quali vengono stabiliti diritti e doveri degli aderenti ai patti, nonché, gli aspetti sanzionatori derivanti dall’inosservanza di quanto prescritto. Il patto parasociale vincola esclusivamente i contraenti, non dispiegando effetti nei confronti di terzi. Un eventuale inadempimento, quindi, rileva soltanto come fonte di responsabilità contrattuale.

La nozione di “patto parasociale” deriva da una brillante intuizione di Giorgio Oppo, che negli anni ’40 elaborò una nozione di patto parasociale fondata sul principio dell’autonomia del patto rispetto al contratto sociale, ma anche un collegamento funzionale tra i due negozi, dal quale deriva un nesso di accessorietà che comporta la dipendenza del vincolo parasociale rispetto al contratto sociale, e viceversa. Da quel momento il nostro legislatore ha implicitamente accettato i patti parasociali, pur non regolamentandoli espressamente, considerata la molteplicità di situazioni cui si sarebbe dovuto tener conto, riconoscendone una astratta validità ove questi non siano manifestatamente contrari ai principi fondamentali dell’ordinamento.

La funzione dei patti parasociali

La funzione propria dei patti parasociali è individuata nello scopo di dare un indirizzo unitario all’organizzazione e alla gestione sociale (attraverso obblighi di accordo sul voto o obblighi di preventiva consultazione) e nello scopo di cristallizzare gli aspetti proprietari (attraverso accordi di blocco, prelazione, compravendita).

Patti parasociali tipizzati

Per quanto riguarda le società quotate, i patti parasociali vengono trovano riscontro nella disciplina dettata dal TUF (D.Lgs. n. 58/1998) agli articoli 122, 123 e 207, affermando la validità degli stessi purché resi pubblici. Per quanto riguarda le società non quotate i patti parasociali trovano espresso riferimento negli articoli 2341-bis (società “chiuse“) e 2341-ter (società “aperte“) del codice civile. I patti parasociali considerati sono quelli, in qualunque forma stipulati, che al fine di stabilizzare gli assetti proprietari o il governo della società, riguardano:

  • I sindacati di voto – costituiscono la tipologia più diffusa nella prassi, essi hanno lo scopo di regolare, tra gli aderenti al patto, il diritto di voto in sede assembleare e possono prevedere un mero obbligo di consultazione tra gli aderenti prima dell’espressione del voto, oppure, possono vincolare gli stessi ad esprimere il proprio voto in maniera conforme a ciò che, in separata sede, è stato deciso dalla maggioranza degli aderenti al patto. Va osservato che, l’esigenza di concentrazione del voto si verifica più frequentemente in presenza di una frammentazione del capitale sociale tale da determinare l’inesistenza di singoli soci in grado di controllare l’assemblea.
  • I sindacati di blocco – sono accordi che pongono limiti alla circolazione delle azioni e sono funzionali all’esigenza di mantenere stabile nel tempo la composizione della compagine societaria. Essi sono assoggettati a limiti di durata ed agli specifici obblighi informativi previsti per i sindacati di voto dai quali sono frequentemente accompagnati. La categoria dei sindacati di blocco comprende numerose ipotesi: possono prevedere il semplice divieto di alienazione delle azioni per un certo periodo di tempo o consentire l’acquisto delle stesse solo entro precisi limiti quantitativi.
  • I sindacati di controllo – sono patti aventi ad oggetto l’esercizio congiunto di un’influenza dominante all’interno della compagine sociale. I confini elastici di questa categoria portano a considerarla come una sorta di norma di chiusura del sistema, destinata a ricomprendere la quasi totalità delle tipologie pattizie manifestatesi nella prassi.

Pubblicità dei patti e regime sanzionatorio

Il regime pubblicitario dei patti parasociali è diverso e graduato a seconda che si tratti di società quotate, oppure che si tratti di società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio (società “aperte“), o di società che non vi fanno ricorso (società “chiuse“):

  • Società quotatel’articolo 122 del TUF impone alcuni specifici obblighi pubblicitari, ciò al fine di tutelare i risparmiatori e gli azionisti di minoranza. Tali accordi prevedono:
    • la comunicazione alla CONSOB dell’esistenza del patto entro 5 giorni dalla sua stipulazione;
    • la pubblicazione per estratto del patto su almeno un quotidiano;
    • il deposito del testo del patto presso il Registro delle imprese e presso la sede sociale, entro 5 giorni dalla stipula.
    • Sanzioni per inosservanza degli obblighi pubblicitari – nullità del patto e divieto del diritto di voto per le azioni appartenenti al patto non pubblicizzato.
  • Società “aperte” – l’articolo 2431-ter c.c. prevede che le società che fanno ricorso a strumenti finanziari diffusi in maniera rilevante devono sottostare ad obblighi pubblicitari meno stringenti rispetto a quelli previsti per le società quotate, infatti devono:
    • dichiarazione della sussistenza del patto all’inizio di ogni assemblea;
    • trascrizione della dichiarazione di sussistenza del patto nel verbale assembleare;
    • deposito del verbale al Registro delle imprese.
    • Sanzioni per inadempimento degli obblighi dichiarativi – impossibilità dell’esercizio del diritto di voto e annullabilità delle deliberazioni assunte con voto determinante delle partecipazioni rientranti nel patto.
  • Società “chiuse” – l’articolo 2341 c.c. non prevede alcuna forma di pubblicità dei patti per le società che non fanno ricorso al mercato dei capitali di rischio. Infatti, venendo meno i rischi di instabilità degli assetti di potere all’interno della società, non si è ritenuto indispensabile regolamentare la disciplina dei patti anche per esse.

Durata dei patti parasociali

I patti parasociali prevedono una durata differente a seconda del tipo di società nel quale saranno adottati.

  • Società quotate –  l’articolo 123 del TUF prevede che, per le società quotate, i patti indicati all’articolo 122, se contratti a tempo determinato non possono avere durata superiore a 3 anni, e si intendono stipulati con tale durata anche se le parti hanno previsto un termine maggiore. I patti, sono tuttavia rinnovabili alla scadenza;
  • Società “chiuse” – il secondo comma dell’articolo 2341 c.c. prevede, per le società che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, che  i patti parasociali non possono avere una durata superiore a 5 anni  e si intendono stipulati con tale durata anche se le parti hanno previsto un termine maggiore. I patti, sono tuttavia rinnovabili alla scadenza.

Dopo aver analizzato la disciplina codicistica e legale dei patti parasociali andiamo adesso ad analizzare alcuni dei principali patti diffusi nelle società di capitali del nostro Paese.

Il patto di co-vendita “drag along

Il patto in questione ricorre ogni qualvolta si attribuisce ad un socio, non necessariamente di maggioranza, il diritto di pretendere che gli altri soci vendano, congiuntamente alla sua, le loro partecipazioni nella società, alle medesime condizioni economiche. A tale diritto corrisponde un obbligo di vendita congiunta a carico degli altri soci. Il patto è definito di “drag along“: il patto assolve la funzione di garantire ad un socio la possibilità di disinvestire anche a fronte di richieste di acquisto non circoscritte alla partecipazione sociale dallo stesso detenuta, pur quando quest’ultima sia di maggioranza, a causa della presenza, ad esempio, di quozienti assembleari rafforzati in determinate materie tali da attribuire alla minoranza una sorta di diritto di veto. L’obiettivo è quello di facilitare il disinvestimento, quindi l’exit del socio avente diritto. Poiché l’effetto che consegue dal patto è quello di stabilizzare gli assetti proprietari, il patto è soggetto alla disciplina, anche temporale dell’articolo 2341-bis c.c..

La corretta applicazione di tale patto parasociale, tuttavia, appare subordinata alla corretta valorizzazione della partecipazione del socio in posizione di soggezione, al fine di evitare che si determini una sorta di espropriazione della differenza tra il valore effettivo della partecipazione ed il valore convenzionalmente fissato per il trasferimento a danno del socio obbligato. Tale clausola, infatti, deve garantire che sia offerto al socio obbligato alla dismissione, almeno il valore che gli sarebbe spettato in caso di recesso, determinato secondo quanto stabilito dall’articolo 2437-ter del c.c..

Il patto di co-vendita “tag along

Il patto in questione prevede che un socio possa vendere la propria partecipazione sociale a condizione che il terzo cessionario sia disponibile ad acquistare anche le partecipazioni dell’altro o degli altri soci partecipanti al patto. L’interesse che il patto persegue è quello di poter evitare un mutamento del partner dell’iniziativa economica realizzata in forma societaria, in ragione del peso che la sua presenza ha avuto sulla scelta di partecipare del socio creditore. In ragione dell’interesse in concreto perseguito il contenuto dell’obbligazione può essere diversamente articolato, potendo avere ad oggetto sia l’acquisto dell’intera partecipazione del socio creditore, sia l’acquisto di una partecipazione di misura proporzionale a quella eliminata dal socio debitore. L’avente diritto resta libero o meno di aderire alla proposta di compravendita, seppur formulata alla condizioni previste nel patto parasociale. A tale fine la clausola è strutturata in modo tale che il soggetto passivo sia obbligato a informare gli aventi diritto circa il ricevimento della proposta di acquisto di un terzo; nell’onere di dichiarare entro un termine fisso la propria disponibilità di vendere a parità di prezzo e condizioni; nell’obbligo del soggetto passivo di adoperarsi affinché il terzo acquisti anche la partecipazione dell’avente diritto; in caso di rifiuto del terzo, nell’obbligo del soggetto passivo di non vendere la propria partecipazione o di ridurre l’ammontare della partecipazione venduta al fine di consentire all’avente diritto di vendere parte della propria partecipazione.

Tale clausola può essere annoverata tra i sindacati di blocco, dal momento che condiziona la trasferibilità della partecipazione ad una o più obbligazioni, la cui violazione può generare pesanti ripercussioni economiche a carico del soggetto obbligato, traducendosi in un limite alla libera circolazione delle partecipazioni. Ne consegue la soggezione del patto alla disciplina dell’articolo 2341-bis c.c..

Le clausole di opzione Put e di opzione Call

La clausola di opzione Put e la clausola di opzione Call sono due contratti di opzione soggetti alla disciplina di cui all’articolo 1331 c.c. aventi ad oggetto il primo una proposta irrevocabile di acquisto (clausola put) e il secondo una proposta irrevocabile di vendita (clausola call).

Mediante la stipulazione del contratto put, una parte acquisisce il diritto potestativo di vendere una partecipazione sociale, diritto da esercitare entro il termine contenuto a mente dell’articolo 1329 c.c.. Al contrario, mediante la stipulazione di un contratto di call una parte ha il diritto potestativo di acquistare, sempre entro il termine convenuto, la partecipazione della controparte, che si trova in uno stato giuridico di soggezione. Le clausole in oggetto ricorrono frequentemente nei contratti di acquisizione parziale di partecipazioni sociali, laddove viene a generarsi una situazione di joint venture tra due partners. Tramite l’opzione di put una parte si riserva la facoltà di disinvestimento, mediante la vendita della sua partecipazione alla controparte, solitamente all’altro o ad un altro socio; in definitiva si realizza una possibile tecnica di way out dell’operazione economica, per la ragioni più diverse. Con l’opzione di call, invece, una parte ottiene il diritto di acquistare la partecipazione della controparte, con l’obiettivo di incrementare il proprio investimento nell’operazione o di estromettere l’altro socio dalla compagine sociale.

E’ prassi diffusa che le parti di un patto parasociale si concedano reciprocamente un’opzione di putt ed un’opzione di call. Lo scopo perseguito è quello di rendere certa per il socio che concede un’opzione di put e riceve un’opzione di call  l’uscita dell’altro socio; e dall’altro lato, per il socio che riceve un’opzione di put e concede un opzione di call il diritto a disinvestire, uscendo dall’operazione. L’utilizzo combinato di clausole di put e call reciproche può costituire altresì una tecnica per fronteggiare, ed in via preventiva dissuadere, vicende di cambiamento del controllo delle società partecipanti, in qualità di contraenti del patto parasociale.

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