Dividendi esteri: il regime di tassazione

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Come devono essere tassati i dividendi esteri? Qual’è la disciplina fiscale di riferimento? La tassazione dei dividendi provenienti da soggetti non residenti e destinati a persone fisiche residenti avviene in relazione al concetto di “netto frontiera”. 

I dividendi rappresentano gli utili derivanti dal possesso di una partecipazione azionaria. Gli utili derivanti dall’attività di una società possono essere destinati all’autofinanziamento della stessa, oppure, distribuiti ai soci. In quest’ultimo caso il socio percettore è chiamato a dover tassare gli utili che ha percepito in quanto costituiscono per lui un reddito soggetto ad imposizione fiscale.

L’imposizione fiscale dei dividendi in capo al socio è, tuttavia differente, a seconda che si tratti, in primo luogo, di persona fisica che agisce “privatamente” o come soggetto imprenditore, sebbene le due tipologie di contribuente siano accomunate dal principio di cassa: ai fini della tassazione, rileva, pertanto, il momento dell’effettivo percepimento (c.d. “principio di cassa“), e non quello della mera maturazione, del dividendo.

In questo contributo andremo ad analizzare quali sono le peculiarità che caratterizzano la tassazione dei dividendi percepiti da una persona fisica residente (non imprenditore) a fronte della partecipazione della stessa ad una società di diritto estero. In pratica analizzeremo i profili fiscali di tassazione dei dividendi esteri.

Dividendi esteri: normativa di riferimento

L’articolo 44, ai commi 1, lett. e), e comma 2, lett. a) del DPR n. 917/86, include nei redditi di capitale gli utili derivanti dalla partecipazione al capitale o al patrimonio di società ed enti assoggettati all’Ires. Inoltre assimila alle azioni titoli e strumenti finanziari a certe condizioni. Infine, nel caso di soggetti non residenti, la similitudine alle azioni è subordinata alla totale indeducibilità della remunerazione nella determinazione del reddito nello Stato estero di residenza del soggetto erogante.

Proventi esteri

In pratica, l’articolo 44 del DPR n. 917/86 permette di qualificare un provento estero come utile, al verificarsi congiuntamente delle seguenti fattispecie:

  • Quando deriva dalla partecipazione al capitale o al patrimonio di una società non residente;
  • Quando il soggetto estero non deduce dal proprio reddito la remunerazione in questione.

Per quanto riguarda poi il soggetto percettore dei dividendi esteri, prendendo in considerazione a questi fini soltanto le persone fisiche, che possono essere imprenditori individuali o non imprenditori, avremo:

  • Nel primo caso, il reddito derivante dalla distribuzione di dividendi esteri, è considerato reddito di impresa;
  • Nel secondo caso, il reddito derivante dalla distribuzione di dividendi esteri, è considerato reddito di capitale.

Soggetto percettore dei dividendi

Per quanto riguarda i soggetti residenti (non imprenditori), l’articolo 67 del DPR n. 917/86, che disciplina i c.d. “redditi diversi“, prevede che il regime di tassazione dei dividendi sia differenziato a seconda che il soggetto percettore possieda o meno una partecipazione qualificata di società od enti di diritto estero.

Partecipazione qualificata e non

Al fine di indicare i criteri per individuare se la partecipazione è qualificata o non qualificata, si devono prendere a riferimento i seguenti parametri: in primo luogo la percentuale dei diritti di voto superiore al 20%; oppure una partecipazione al capitale superiore al 25%.

Regime di tassazione

Se la partecipazione è qualificata il reddito di capitale di fonte estera entra nella base imponibile Irpef del percettore al 49,72%, nel caso opposto entra al 100%, tenendo però in conto che:

  • In caso di partecipazione qualificata il 49,72% è assoggettato a tassazione piena ed anche il relativo credito di imposta è preso in considerazione limitatamente al 49,72%;
  • In caso di partecipazione non qualificata, invece, il 100% è assoggettato ad una tassazione forfetaria (imposta sostitutiva o ritenuta alla fonte, come vedremo in seguito), ed  in questo caso il credito di imposta non è riconosciuto.

Ne discende che il contribuente è assoggettato ad una doppia tassazione derivante dalla somma del 26% e della ritenuta convenzionale (se esiste un trattato con il Paese di provenienza del dividendo) o la ritenuta domestica del Paese.

Per quanto riguarda la determinazione della base imponibile del dividendo da assoggettare a tassazione, in caso di partecipazione non qualificata, l’articolo 59, comma 1, del DPR n. 917/86 stabilisce in che misura gli utili da partecipazione (anche di soggetti non residenti, come indicato dall’articolo 73 del DPR n. 917/86), partecipano alla determinazione della base imponibile. In particolare, le fattispecie che possiamo avere sono le seguenti:

  • Ritenuta a titolo di imposta – L’articolo 27, commi 4, 4-bis e 5 del DPR n. 600/73, prevede l’assoggettamento dei dividendi esteri a ritenuta a titolo di imposta del 26%, se al momento dell’incasso interviene un intermediario residente, da calcolarsi sui dividendi percepiti al netto delle ritenute subite nello Stato estero di residenza della società erogante: la base imponibile rappresenta il c.d. “netto frontiera“. Nel caso in cui il dividendo estero faccia riferimento ad una partecipazione qualificata, il socio, all’atto della percezione, può chiedere al soggetto intermediario di non applicare ritenuta alcuna;
  • Imposta sostitutiva – L’articolo 18, comma 1, del Tuir, stabilisce l’assoggettamento ad imposta sostitutiva nel caso in cui l’incasso da parte dei soci avvenga senza l’intervento di un intermediario residente.

Credito di imposta

Per i dividendi percepiti per partecipazioni qualificate, al contribuente spetta, come detto, un credito di imposta calcolato sulla base del 49,72% delle imposte pagate all’estero sul dividendo. Per quanto riguarda, invece, i dividendi percepiti da partecipazioni non qualificate, non spetta alcun credito di imposta, in quanto la tassazione con imposta sostitutiva avviene sul valore “netto frontiera“.

E’ interessante notare che l’articolo 18 del DPR n. 917/86 non fa alcun riferimento al valore “netto frontiera“, valore al quale fa invece riferimento il DPR n. 600/73. Se ne potrebbe quindi dedurre che la base imponibile di riferimento sia differente a seconda che intervenga un intermediario o meno: nel caso di un suo intervento la base di tassazione sarebbe inferiore, dovendo la medesima essere decurtata delle ritenute operate all’estero, originando questo una discriminazione se non altro come base imponibile di riferimento. 

La Circolare n. 9/E/2015 (“Disciplina del credito d’imposta per i redditi prodotti all’estero – articolo 165 del Tuir – Chiarimenti“) afferma che i redditi di capitale di fonte estera percepiti senza l’intervento di un soggetto intermediario devono essere assoggettati a tassazione “nella stessa misura” alla quale sono assoggettati i redditi percepiti tramite l’intermediario: per questo motivo una ragionevole interpretazione non discriminatoria indurrebbe a trattare nello stesso modo i due contribuenti, comportando questo l’adozione del valore “netto frontiera” nel caso di tassazione dei dividendi in Dichiarazione. 

Dividendi da Paesi Black list

Nel caso in cui i dividendi esteri provengano da Stati appartenenti alla UE ed al SEE le conclusioni raggiunte in precedenza restano valide, mentre negli altri casi occorrà individuare se il Paese è qualificabile come avente un regime di fiscalità privilegiata. Per verificare se uno Stato è da considerarsi a fiscalità privilegiata è necessario adottare questo criterio: il livello impositivo del Paese estero è inferiore del 50% al regime di tassazione italiano.

La regola generale, di cui all’articolo 47 del Tuir, prevede che i dividendi erogati da Paesi a fiscalità privilegiata entrino integralmente nella base imponibile, a prescindere dalla qualificazione dei medesimi: scompare il parametro di riferimento della loro qualificazione (partecipazione qualificata o non qualificata). Infine il principio del concorso integrale si applica sia agli utili da partecipazione diretta sia agli utili da partecipazioni indirette a condizione che la società intermedia sia controllata, anche di fatto od indirettamente, e in ogni caso nei limiti degli utili prodotti dalla società black list. In sintesi, l’integrale tassazione dei dividendi di provenienza da Paesi a fiscalità privilegiata è prevista solo a determinate ipotesi:

  • La partecipazione è diretta;
  • La partecipazione riguarda società residenti controllate all’estero che conseguano utili da partecipazioni in Paesi black list e nei limiti di tali utili.

La tassazione integrale dei dividendi esteri non si applica nel caso cui (alternativamente):

  • Gli utili siano già stati tassati per trasparenza;
  • Si dimostri che dalla partecipazione non consegue l’effetto di localizzare i redditi negli Stati o territori a fiscalità privilegiata.

Rileva l’esimente di cui all’articolo 87, comma 1, lettera c). Nel caso in cui la partecipazione indiretta non soddisfi i requisiti di “controllo“, ai dividendi provenienti dalla medesima partecipazione si applicano le regole già viste per i Paesi white list e conseguentemente la variabile “qualificazione” incide. Lo scenario configurabile è il seguente:

  • Da un lato un contribuente detiene una partecipazione diretta non qualificata in un soggetto black list, l’esimente non è applicabile;
  • Dall’altro un secondo contribuente detiene una percentuale non di controllo di un soggetto non residente, non black list, il quale a sua volta detiene una partecipazione in un soggetto black list.

Nel primo caso l’imputazione al percettore è integrale partecipando il 100% del dividendo alla tassazione per trasparenza. Diverso è invece il trattamento riservato al secondo contribuente: dato che non vi è il controllo sul soggetto interposto e dato che il dividendo percepito dal soggetto intermedio non può essere qualificato come proveniente da un soggetto black list, il dividendo è escluso dalla tassazione integrale, ma rientra nella base imponibile per il 49,72% (per i dividendi percepiti sino al 31.12.2016) o per il 58,14% (per i dividendi percepiti dal 01.01.2017).

Dalle considerazioni che precedono si perviene alla conclusione che il regime non può che finire per premiare la partecipazione indiretta.

Monitoraggio fiscale

La detenzione all’estero di attività finanziarie, a titolo di proprietà o di altro diritto reale, comporta l’indicazione nella dichiarazione annuale dei redditi tramite il quadro RW. Nell’ambito delle attività finanziarie rientrano tra l’altro le partecipazioni al capitale o al patrimonio di soggetti non residenti.

Nell’obbiettivo di armonizzare le basi imponibili assoggettate ad imposta di bollo, se detenute in Italia, ed all’Ivafe se detenute all’estero, le attività finanziarie in esame, a certe condizioni, non sono più assoggettate all’Ivafe a seguito dell’entrata in vigore dell’articolo 9 della Legge n. 161/14. Da ciò deriva che nei casi in cui il contribuente residente non sia tenuto alla redazione del quadro RW ai soli fini del monitoraggio il medesimo non verrà redatto, non dovendo più determinare la base imponibile ai fini dell’Ivafe. In particolare le seguenti attività non devono essere assoggettate all’Ivafe:

  • Quote di Srl;
  • Finanziamenti;
  • Quote di società di persone;
  • Valute estere;
  • Metalli preziosi;
  • Azioni od obbligazioni non depositate in Banca.

In merito alla gestione di un dossier titoli (relazione finanziaria) intrattenuto con un intermediario estero, il medesimo è assoggettato all’Ivafe. La detenzione quindi di azioni o quote in soggetti esteri è sempre oggetto del monitoraggio fiscale, ma l’assoggettamento all’Ivafe è condizionato dalle modalità operative con le quali i titoli sono gestiti. L’obbligo di indicazione viene meno nel caso in cui l’attività finanziaria sia affidata in gestione od in amministrazione ad intermediari residenti per contratti conclusi con il loro intervento, a condizione però che i flussi finanziari ed i redditi derivanti da tali attività finanziarie siano assoggettati a ritenuta od imposta sostitutiva da parte dei medesimi intermediari (regimi del risparmio amministrato o gestito, regime di cui al DPR n. 600/73). Una volta definito l’obbligo di indicazione occorre stabilire quali sono i valori da indicare con riferimento all’attività in grado di generare dividendi esteri: le attività estere devono essere valorizzate con i medesimi criteri stabiliti ai fini dell’Ivafe e quindi ne consegue che il valore di riferimento è il valore di mercato, al quale si perviene con i seguenti criteri:

  • Titoli negoziati in mercati regolamentati: valore di quotazione;
  • Titoli non negoziati in mercati regolamentati: valore nominale;
  • In mancanza del valore nominale (o di rimborso): valore di acquisto.

Per approfondire: Il quadro RW del modello Redditi PF

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