Piani di risparmio a lungo termine: il regime fiscale

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Gli investimenti di lungo periodo compresi nei cosiddetti piani di risparmio, sono oggetto di agevolazione fiscale per le persone fisiche che li hanno costituiti. L’applicazione dell’agevolazione richiede l’intervento di intermediari finanziari abilitati e delle imprese di assicurazione che potranno gestire il profilo fiscale del prodotto e verificare le condizioni richieste dalla norma per rimanere nell’ambito del confine agevolato. Tutte le informazioni utili nella nostra guida.

L’articolo 1, commi da 100 a 114, della Legge n. 232/2016, va a disciplinare fiscalmente la normativa riguardante i Piani di Risparmio a lungo termine (PIR), introducendo una serie di disposizioni finalizzate a normare per la prima volta le caratteristiche dei piani e l’ambito di applicazione delle agevolazioni ad essi riferite.

L’obiettivo del legislatore è stato quello di andare a disciplinare le agevolazioni fiscali pensate per incentivare le famiglie ad investire nei Piani di Risparmio a lungo termine, attivabili attraverso istituti finanziari o OICR.

In linea generale, le disposizioni prevedono un regime di non imponibilità per i redditi di capitale e i redditi diversi percepiti da persone fisiche residenti in Italia, al di fuori dello svolgimento di attività di impresa commerciale, derivanti dagli investimenti effettuati in Piani di Risparmio a lungo termine.

La norma nasce dall’esigenza di prevedere un significativo incentivo fiscale, finalizzato a canalizzare il risparmio delle famiglie verso gli investimenti produttivi in modo stabile e duraturo, facilitando la crescita del sistema imprenditoriale italiano. L’obiettivo è, in particolare, quello di indirizzare il risparmio delle famiglie, attualmente concentrato sulla liquidità, verso gli strumenti finanziari di imprese industriali e commerciali italiane ed europee radicate sul territorio italiano, per le quali maggiore è il fabbisogno di risorse finanziarie e insufficiente è l’approvvigionamento mediante il canale bancario.

Di seguito andiamo ad analizzare con maggiore dettaglio cosa sono i Piani di Risparmio a lungo termine e in cosa consiste l’agevolazione fiscale per le famiglie che ne usufruiscono.

Piani di Risparmio a lungo termine

La norma contiene una definizione dei Piano di Risparmio a lungo termine: il comma 101 dell’articolo 1 li definisce come il prodotto che si costituisce mediante la destinazione di somme o valori con lo scopo di effettuare investimenti “qualificati” (successivamente individuati) mediante l’apertura di un rapporto di custodia o di amministrazione, anche fiduciaria, o di gestione di portafoglio o di altro stabile rapporto, con opzione per l’applicazione del regime del risparmio amministrato, o di un contratto di assicurazione sulla vita o di capitalizzazione, instaurato con operatori professionali.

In pratica, il Piano di Risparmio a lungo termine può essere definito come un “contenitore fiscale” (OICR, gestione patrimoniale, contratto di assicurazione, deposito titoli) all’interno del quale i risparmiatori possono collocare qualsiasi tipologia di strumento finanziario (azioni, obbligazioni, quote di OICR, contratti derivati) o somma di denaro, rispettando però determinati vincoli di investimento.

Pertanto, possiamo dire che è possibile realizzare un Piano di Risparmio anche semplicemente mediante la sottoscrizione di quote di un OICR, istituito in Italia o in uno Stato membro dell’UE o in uno Stato aderente all’ASEE, che rispetti i vincoli di investimento stabiliti dalla normativa italiana.

Piani di Risparmio: agevolazione fiscale

L’agevolazione fiscale consiste nell’esenzione da tassazione dei redditi, qualificabili come redditi di capitale o come redditi diversi di natura finanziaria derivanti dagli investimenti effettuati nel PIR.

Sono esclusi dall’agevolazione i redditi derivanti dal possesso di partecipazioni qualificate e, più in generale, quelli che concorrono a formare il reddito complessivo dell’investitore.

Come accennato, i redditi agevolabili sono i redditi di capitale e i redditi diversi di natura finanziaria che sono assoggettati a tassazione sostitutiva: non deve trattarsi di redditi di capitale che concorrono a formare il reddito complessivo né di plusvalenze realizzate mediante cessione a titolo oneroso di partecipazioni qualificate.

Per stabilire se le partecipazioni sono qualificate si deve tener conto anche delle percentuali di partecipazione o di diritti di voto possedute dai familiari della persona fisica di cui all’articolo 5, comma 5, del Testo Unico delle imposte sui redditi (DPR n. 917/86,TUIR) ossia coniuge, parenti entro il terzo grado e affini entro il secondo grado, nonché delle percentuali di partecipazione o di diritti di voto possedute dalle società o enti da loro direttamente o indirettamente controllati ossia società in cui un’altra società dispone della maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea ordinaria o società in cui un’altra società dispone di voti sufficienti per esercitare un’influenza dominante nell’assemblea ordinaria.

Condizioni per l’agevolazione fiscale

Il Piano di Risparmio è soggetto ad alcuni vincoli di composizione: è previsto, infatti, che, in ciascun anno solare di durata del piano e per almeno i due terzi dell’anno stesso, le somme o i valori destinati nel PIR devono essere investiti per almeno il 70% del valore complessivo in strumenti finanziari emessi o stipulati con imprese che svolgono attività diverse da quella immobiliare, residenti in Italia o in Paesi UE o in Stati aderenti all’accordo sullo Spazio Economico Europeo (SEE), con stabili organizzazioni in Italia.

Non possono far parte della quota del 70% gli strumenti finanziari emessi da società immobiliari. Al fine di individuare le società che svolgono attività diversa da quella immobiliare, senza possibilità di prova contraria, si considera impresa che svolge attività immobiliare quella il cui patrimonio è prevalentemente costituito da beni immobili diversi da quelli alla cui produzione o al cui scambio è effettivamente diretta l’attività di impresa, dagli impianti e dai fabbricati utilizzati direttamente nell’esercizio di impresa, e che si considerano direttamente utilizzati nell’esercizio di impresa gli immobili concessi in locazione finanziaria e i terreni su cui l’impresa svolge l’attività agricola.

Inoltre, la predetta quota del 70% deve essere investita per almeno il 30% del valore complessivo in strumenti finanziari di imprese diverse da quelle inserite nell’indice FTSE MIB di Borsa italiana o in indici equivalenti di altri mercati regolamentati.

Società italiane e europee

Pertanto, almeno una parte delle risorse investite (il 21% del valore complessivo) deve necessariamente essere destinata a società italiane ed europee con stabile organizzazione in Italia, ma diverse da quelle rilevanti ai fini del FTSE MIB o altri indici equivalenti. Il riferimento a tali indici ha lo scopo di focalizzare l’agevolazione fiscale sul risparmio che confluisce in strumenti finanziari meno liquidi.

In sostanza, quindi, il 49% del Piano di Risparmio deve essere investito in strumenti finanziari di aziende italiane o europee con stabile organizzazione in Italia, di qualunque dimensione, e il 21% investito in strumenti finanziari di aziende non incluse nel FTSE MIB.

La restante parte del patrimonio non vincolata a norma del comma 102 (ossia il 30% del valore complessivo) può essere investita liberamente in strumenti finanziari di qualsiasi società (comprese quelle immobiliari) anche estere, ma anche in titoli di Stato italiani o esteri, tenendo conto, tuttavia, che vi è una preclusione assoluta per gli strumenti finanziari emessi da soggetti residenti in Stati o territori non collaborativi.

Limite alla concentrazione

Un ulteriore limite cui deve sottostare il piano è previsto dal comma 103 e consiste in un limite alla concentrazione in base al quale le somme o i valori del PIR non possono essere investiti per una quota superiore al 10% del totale in strumenti finanziari emessi o stipulati con lo stesso soggetto, o con altra società appartenente al medesimo gruppo, oppure in depositi e conti correnti.

Tali vincoli sembrano imporre una ricognizione giornaliera della composizione del patrimonio, al fine di verificare il mantenimento della percentuale del 70% (e del di cui del 21%). Al termine di ciascun periodo d’imposta, qualora risulti che un investimento qualificato sia sceso al di sotto della predetta percentuale, ma che tale situazione sia perdurata complessivamente per un periodo, anche discontinuo, inferiore ai due terzi dell’anno, i redditi del PIR possono usufruire del regime di non imponibilità.

Ai fini di tale verifica, si assumono i costi storici dei titoli ovvero i loro costi medi così come presi a riferimento dagli intermediari nell’ambito del regime del risparmio amministrato.

Limite agli investimenti

Il Piano di Risparmio si costituisce destinando somme e valori per un importo non superiore a €. 30.000 per ciascun anno solare ed entro un limite complessivo non superiore a €. 150.000. Non vi è un ambito temporale prefissato per il raggiungimento del tetto massimo complessivo.

A tal fine, l’intermediario o l’impresa di assicurazioni presso il quale è costituito il piano di risparmio deve tenere separata evidenza delle somme destinate nel piano in anni differenti.

Con riferimento alla previsione relativa al limite massimo degli investimenti, non è chiaro se i redditi di capitale percepiti e i corrispettivi realizzati, se reinvestiti nel PIR, debbano essere considerati nuovi apporti al pari e nel limite delle somme versate (€. 30.000 in ciascun anno e complessivi €. 150.000).

Vincolo di detenzione

Per beneficiare del regime di non imponibilità, gli strumenti finanziari in cui è investito il piano, nel rispetto delle condizioni previste dalla norma, devono essere detenuti per almeno cinque anni.

In caso di rimborso degli strumenti finanziari oggetto di investimento prima del quinquennio, il controvalore conseguito deve essere reinvestito negli strumenti finanziari ammessi entro 30 giorni dal rimborso. In questo caso, considerato che la norma sembra aver dettato una deroga alle ipotesi che realizzano un disinvestimento indipendente dalla volontà del titolare del Piano di Risparmio, il reinvestimento obbligato della somma rimborsata non dovrebbe essere considerato un nuovo “conferimento, ma dovrebbe poter acquisire l’anzianità del titolo rimborsato e non concorrere alla formazione del limite di €. 30.000 annuo.

Ciò che, invece, è puntualmente stabilito dalla norma è che il trasferimento di un piano di risparmio a lungo termine da un intermediario ad un altro non rileva ai fini del computo del periodo minimo di detenzione.

Dalla lettera della norma si evince, inoltre, che il requisito del mantenimento dell’investimento per un quinquennio sia esclusivamente riferito al titolare del Piano di Risparmio che deve tenere gli investimenti per almeno cinque anni. In caso di investimenti indiretti tramite sottoscrizione di OICR o polizze, PIR compliant, il vincolo di detenzione è riferito esclusivamente all’investitore che deve mantenere la quota o la polizza per il periodo minimo, mentre è evidente che tale requisito è estraneo alla SGR che gestisce l’OICR dedicato ai predetti strumenti finanziari, nonché all’impresa di assicurazione con la quale vengono stipulate le polizze dedicate ai Piani di Risparmio.

Cessione anticipata

In caso di cessione prima dei cinque anni, i redditi realizzati (ossia i capital gains) e quelli percepiti (ossia i dividendi, interessi e altri proventi) durante il periodo minimo di investimento dello strumento finanziario sono soggetti ad imposizione secondo le regole ordinarie, unitamente agli interessi, senza applicazione di sanzioni: il relativo versamento deve essere effettuato dai soggetti gestori entro il giorno 16 del secondo mese successivo alla cessione.

I soggetti gestori recuperano le imposte dovute effettuando adeguati disinvestimenti o chiedendone la provvista al titolare.

In caso di strumenti finanziari appartenenti alla stessa categoria, si considerano ceduti prima gli strumenti acquistati per primi e si considera come costo d’acquisto il costo medio ponderato dell’anno di acquisto.

Le ritenute alla fonte e le imposte sostitutive eventualmente applicate sui redditi derivanti da investimenti facenti parte del Piano di Risparmio, essendo non dovute, fanno sorgere in capo al titolare del piano il diritto a ricevere una somma corrispondente. I soggetti gestori provvedono al pagamento della predetta somma, computandola in diminuzione dal versamento delle ritenute e delle imposte dovute dai medesimi soggetti.

Ai fini del predetto computo non si applicano né il limite annuale di €. 250.000 per l’utilizzo dei crediti di imposta (articolo 1, comma 53, della Legge 24 dicembre 2007, n. 244), né il limite massimo di compensabilità di crediti di imposta e contributi pari a €. 700.000 (articolo 34, della Legge 23 dicembre 2000, n. 388).

Si tratta, ad esempio, di imposte applicate alla fonte dall’emittente, come sugli interessi e altri proventi dei titoli obbligazionari di cui all’articolo 26, comma 1, del DPR n. 600/1973. Tuttavia, per i proventi che transitano per gli intermediari, si dovrebbe consentire la presentazione di un’autocertificazione da parte del titolare o anche del gestore in cui si attesti che i titoli godono del regime di non imponibilità in quanto facenti parte di Piani di Risparmio e chiedere che sui relativi proventi il sostituto d’imposta non applichi la tassazione alla fonte.

Minusvalenze

Le minusvalenze, le perdite e i differenziali negativi realizzati mediante la cessione o il rimborso degli strumenti finanziari detenuti nel piano sono fiscalmente rilevanti e sono deducibili dalle plusvalenze, differenziali positivi o proventi realizzati nelle operazioni successive poste in essere nell’ambito del piano stesso sottoposte a tassazione (ad esempio, riferite alla cessione di strumenti finanziari nel quinquennio), a partire dal medesimo periodo d’imposta e non oltre il quarto.

Alla chiusura del piano, le minusvalenze, le perdite e i differenziali negativi possono essere portati in deduzione – non oltre il quarto periodo d’imposta successivo a quello del realizzo – nell’ambito di un altro rapporto di cui sia titolare la medesima persona fisica, con opzione per il regime del risparmio amministrato, ovvero possono essere portati in deduzione, nell’ambito del regime dichiarativo, fino a concorrenza, dalle plusvalenze e dagli altri redditi dei periodi d’imposta successivi ma non oltre il quarto dal loro realizzo, mantenendo quindi l’originaria anzianità.

Decadenza dal regime

Il mancato rispetto dei limiti di investimento (di cui ai commi 102, 103 e 104) comporta la decadenza dal beneficio fiscale relativamente ai redditi degli strumenti finanziari detenuti nel piano stesso, diversi da quelli investiti nel medesimo piano nel rispetto delle suddette condizioni, nonché l’obbligo di corrispondere le imposte non pagate, unitamente agli interessi, senza applicazione di sanzioni, secondo quanto previsto al comma 107.

Ulteriori chiarimenti

È infine prevista la non applicazione dell’imposta sulle successioni e donazioni per il trasferimento mortis causa degli strumenti finanziari detenuti nel piano.

Al riguardo, occorre tener presente che, ai fini delle imposte dirette, il trasferimento mortis causa non è generalmente considerato realizzativo tranne nel caso di possesso di quote di OICR. Quindi, in quest’ultimo caso, se il trasferimento mortis causa avviene prima della conclusione del quinquennio, poiché è assimilato ad una cessione, deve essere considerato un evento realizzativo. In ogni caso, si ritiene che il decesso del titolare faccia venire meno i Piani di Risparmio.

Non è stato, infine, normato il trattamento dei Piani di Risparmio ai fini dell’imposta di bollo dovuta sugli importi rendicontati dall’intermediario né le relative modalità di applicazione e versamento della stessa imposta.

 

 

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