ETF: regime fiscale di tassazione degli Exchange Trade Funds

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Il regime fiscale di tassazione degli ETF (Exchange Trade Funds) in Italia. ETF armonizzati e non armonizzati sono soggetti ad un diverso tipo di tassazione. Regime del risparmio gestito e amministrato.

Gli investimenti finanziari sono uno strumento tra i più diffusi per impiegare al meglio i propri risparmi cercando il miglior rendimento possibile conciliando il minor grado di rischio ottenibile. Naturalmente, nel caso in cui al termine di ogni anno l’investitore abbia percepito un guadagno, lo stesso deve essere assoggettato a tassazione.

In questo contributo andremo ad analizzare la disciplina fiscale degli ETF (Exchange Trade Fund), distinguendo tra ETF armonizzati e non armonizzati, sia nel regime del risparmio amministrato che in quello dichiarativo (da applicare nel caso in cui si operi con intermediario finanziario residente in Paese estero).

Il mercato italiano è tra i primi in Europa per diffusione e utilizzo di questi strumenti semplici e trasparenti che consentono di scambiare quote di fondi come se fossero quotati sul mercato. Gli ETF sono, a tutti gli effetti, dei replicanti dell’andamento di indici (parametri di riferimento o benchmark) che possono essere di natura azionaria, obbligazionaria, monetaria o relativi a materie prime.

Nella Borsa Valori di Milano ne sono quotati oltre 500.

ETF

Cosa sono gli ETF?

Gli Exchange Traded Funds (ETF) possono essere definiti, come “fondi quotati sul mercato“. Gli ETF sono dei fondi le cui quote sono negoziabili in borsa come delle normali azioni quotate, che hanno come obiettivo quello di replicare l’indice borsistico al quale si riferiscono attraverso una gestione passiva dell’investimento.

Il modo più semplice per descrivere un ETF è quello di ipotizzare un insieme di titoli finanziari che replicano la performance e quindi il rendimento di un segmento ampio o specifico di mercato. Come abbiamo detto si tratta di una gestione passiva dell’investimento, non si cerca di battere il mercato ma di replicare l’andamento di un titolo o di un parametro di riferimento attraverso la composizione dell’ETF.

Rispetto ad un comune fondo di investimento, tale strumento è in grado di offrire quindi un maggior livello di trasparenza e di flessibilità, in quanto permette di monitorare costantemente l’andamento del proprio investimento.

Secondo quanto riportato dal sito di Borsa italiana – l’ente che organizza e gestisce il mercato italiano degli scambi di valori finanziari – un ETF riassume in sé le caratteristiche proprie di un fondo e di un’azione, consentendo agli investitori di sfruttare i punti di forza di entrambi gli strumenti: da un lato, la diversificazione e riduzione del rischio tipiche dei fondi e, dall’altro, la flessibilità e trasparenza informativa della negoziazione in tempo reale che sono proprie alle azioni.

I dividendi che l’ETF incassa a fronte delle azioni detenute nel proprio patrimonio (e i proventi del loro reinvestimento) possono essere distribuiti periodicamente agli investitori o capitalizzati stabilmente nel patrimonio dell’ETF stesso. In entrambi i casi, il beneficiario è solo il portatore della quota di ETF.

Il funzionamento

La creazione di un ETF procede in modo inverso a quella di un normale fondo d’investimento.

L’emittente, infatti, comincia con l’acquistare le azioni che costituiranno il patrimonio attivo del fondo nelle proporzioni volute per replicare nel miglior modo possibile l’indice di borsa di riferimento e solo in seguito si apre ai sottoscrittori, che normalmente sono investitori professionali e intermediari.

Poiché l’ETF non si propone di competere con le performance borsistiche, ma soltanto di riprodurle, negli ETF classici, l’emittente ha un ruolo marginale: si limita ad apportare aggiustamenti regolari alla composizione del portafoglio dell’ETF per mantenerlo in linea con l’andamento della borsa di riferimento (ad esempio, il Dow Jones o il DAX) e si occupa della gestione amministrativa delle azioni che ha in stock, nonché dell’emissione o riacquisto dei titoli emessi (operazioni necessarie per sintonizzare perfettamente l’andamento del fondo a quello dell’indice di riferimento).

Investire in ETF

A differenza dei fondi comuni le quote degli ETF sono comprate e vendute in borsa durante ogni contrattazione giornaliera. Si possono impostare stop loss e limiti oppure anche comprarli a margine e vedere short.

Uno dei motivi per cui investire in ETF è diventato così popolare tra risparmiatori e famiglie è in quanto:

  • E’ possibile diversificare l’investimento, e di conseguenza diminuire i rischi da parte del risparmiatore;
  • E’ possibile ridurre i costi di gestione, perché l’investitore non deve pagare alcuna commissione di “entrata” o di “uscita”, ma eventualmente soltanto commissioni legate alle “performance” ottenute, applicate della banca.

I vantaggi degli ETF

I vantaggi degli ETF sono molteplici e si possono riassumere in una grande efficienza di costo. Investire in ETF presenta anche molti altri vantaggi che devono essere considerati prima di prendere in considerazione questo tipo di investimento.

I vantaggi sono:

  • Liquidità – Investire in ETF consente una grande facilità di compravendita, in quanto vengono scambiati all’interno dei principali mercati azionari mondiali durante tutto l’arco della giornata, proprio come accade alle azioni;
  • Trasparenza – Investire in ETF è trasparente proprio per le caratteristiche di questo strumento finanziario. E’ sempre possibile sapere cosa un ETF contiene in quanto essi si limitano a replicare degli indici. Gli indici per essere tali devono sottostare a delle regole e i loro ideatori devono definirle in modo molto preciso al momento della loro creazione. L’ETF replica l’indice benchmark scelto e la conseguente possibilità di conoscerne in tempo reale l’esposizione e poterne monitorare l’andamento nel tempo;
  • Efficienza – La gestione passiva rende l’ETF meno costoso ma al contempo in grado di riservare ottimi rendimenti. I costi di negoziazione sono gli stessi previsti per gli investimenti azionari. Ogni ETF ha delle Commissioni Totali Annue che in genere non superano lo 0,25% annuo e che sono pagate in proporzione al periodo di detenzione dell’investimento.  Il risparmio che si ottiene nel lungo termine non va ad erodere il rendimento composto negli anni andando a vantaggio dell’investitore. Più lungo è il periodo più alto è la differenza.;
  • Versatilità – Investire in ETF consente anche il piccolo risparmiatore di poter accedere ai principali indici di mercato senza la necessità di dover replicare l’indice comprando tutti  i titoli nel paniere;
  • Nessun rischio di insolvenza – Gli ETF quotati su Borsa Italiana sono, a seconda dello strumento, o Fondi Comuni di Investimento oppure Sicav che hanno un patrimonio separato rispetto a quello delle società che ne hanno curato o curano le attività di costituzione/gestione/amministrazione/marketing etc. Gli ETF pertanto non sono esposti a un rischio di insolvenza (e di conseguenza non richiedono un rating) neppure nel caso in cui le società appena menzionate risultino insolventi. Si rammenta che gli ETF sono invece ovviamente esposti al rischio che le azioni, le obbligazioni e gli altri strumenti in cui è investito il loro patrimonio perda valore.
  • Guadagni mensili – Soprattutto per quanto riguarda gli ETF obbligazionari, un vantaggio molto apprezzato è che, a differenza delle obbligazioni vere e proprie, molti degli exchange traded funds distribuiscono la cedola mensilmente. Inoltre la cedola se reinvestita nell’ETF non è soggetta a tassazione e quindi il capitale viene tassato solo alla scadenza. Gli ETF hanno quindi come detto molti vantaggi soprattutto per gli investitori di lungo termine. Sono anche adatti ad investimenti a breve/brevissimo termine ma questo richiede una conoscenza approfondita dei mercati.

La popolarità degli ETF è in continua espansione tanto che la gamma di strumenti offerti dalle case produttrici è talmente vasta che si adattano ad ogni necessità e tipologia di investimento.

Fiscalità e ETF

Il D.Lgs. n. 44/2014 in recepimento della direttiva europea 2011/61/UE AIFM (Alternative Investment Fund Managers), ha modificato, dal 9 aprile 2014, il regime fiscale applicato agli ETF armonizzati e non armonizzati.

Tale decreto rappresenta una semplificazione perché elimina la doppia imposizione fiscale basata sul differenziale di prezzo e sul differenziale Nav e prevede che tutti i guadagni siano da considerare redditi di capitale.

Regime previgente

I proventi derivanti dagli ETF generavano due differenti tipologie di reddito:

  • Redditi da capitale: derivanti dai dividenti percepiti e in caso di vendita dall’incremento di valore netto (delta Nav) delle quote (differenza fra Nav del’ETF nel giorno di vendita e quello nel giorno di acquisto);
  • Redditi diversi: capital gain/capital loss dati dalla differenza fra prezzo di acquisto e di vendita, meno il delta Nav.

Nuovo regime fiscale

Dal 9 aprile 2014 tutti i proventi (positivi) sono trattati come reddito di capitale mentre tutte le eventuali minusvalenze sono trattate come reddito diverso.

Sia i proventi positivi che le minusvalenze sono calcolate sulla differenza tra prezzo di acquisto ed prezzo di vendita dell’ETF, indipendentemente dal valore del NAV dell’ETF che non risulta più rilevante ai fini fiscali.

Nel caso la posizione si sia formata sulla base di molteplici acquisti, il prezzo di acquisto sarà calcolato come “prezzo medio ponderato per la quantità”, cioè sulla base dei prezzi di acquisto realizzati sul mercato e ponderati per le quantità.

Resta immutata l’impostazione fiscale dei proventi periodici distribuiti dagli ETF (dividendi) che sono sempre considerati “redditi di capitale” e come tale non utilizzabili per recuperare eventuali minusvalenze e quindi accreditati all’investitore al netto della ritenuta d’imposta.

La tassazione degli ETF diventa quindi uguale a quella dei fondi comuni di investimento.

Inoltre, il 24 aprile 2014, il Decreto Legge n. 66/2014 ha stabilito che, a partire dal 1° luglio 2014,  è entrato in vigore un aumento generalizzato della tassazione delle rendite finanziarie con l’applicazione di nuova aliquota del 26% (che sostituisce quella corrente del 20%) sia con riferimento ai redditi di capitale (interessi e altri proventi) sia con riferimento ai redditi diversi (plusvalenze).

Ciò implica che, in caso di guadagno generato dalla vendita di un ETF, la parte maturata fino al 30.6.2014 resta tassata al 20%, mentre la sola eccedenza viene tassata al 26%.

Analogamente, in caso di minusvalenza, solo la minusvalenza rispetto al valore della quota al 30.6.2014 viene computata in misura piena ai fini della deducibilità.

I nostri consigli

Quando si acquista un ETF attraverso una piattaforma online o uno sportello bancario occorre valutare lo “spread” fra denaro e lettera, cioè il differenziale tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. E’ infatti un costo, perché rappresenta la differenza fra prezzolettera” (quello al quale è possibile comprare subito) e prezzo “denaro” (al quale è possibile vendere subito).

Determinante si rivela quindi scegliere ETF con spread stretto, cioè con una distanza ravvicinata fra la migliore proposta in acquisto e quella in vendita. Se ciò non accade conviene rinunciare all’operazione, poiché solo un movimento accentuato del prezzo, con un’elevata plusvalenza, consentirà di non subire effetti negativi da uno “spread” largo.

Prima di  decidere di entrare o uscire conviene quindi studiare con attenzione il movimento dell’ETF, ma anche stabilire quale sia il valore medio di spread, considerando le prime tre o quattro proposte sui due fronti, di chi compra e di chi vende. Un altro modo per individuare la liquidità sta nel verificare il numero di contratti giornalieri e la loro frequenza.



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