Prestazioni estere dei professionisti: fatturazione e tassazione

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Quali sono le regole che disciplinano la tassazione dei compensi dei professionisti italiani che svolgono prestazioni estere? Come deve avvenire la fatturazione dell’operazione? Quando deve essere tassata anche in Italia la prestazione fornita da un professionista estero? Ecco le regole da rispettare nel caso in cui ci troviamo di fronte a queste particolari fattispecie legate alle prestazioni estere di lavoro autonomo. 

Quando un soggetto che esercita attività di arte o professione abituale (c.d. “professionista“), fiscalmente residente in Italia si trova ad effettuare una prestazione professionale in un Paese estero, è necessario andare ad individuare la corretta modalità di tassazione del compenso percepito per le prestazioni estere effettuate.

Stesso aspetto, ma diametralmente opposto, è quello che riguarda il professionista non residente effettua delle prestazioni professionali nel territorio italiano. Anche in questo caso è necessario chiedersi quale sia il regime impositivo con quale deve andare a tassare il suo compenso.

Per andare a sciogliere questi aspetti è necessario andare a coordinare la disciplina fiscale italiana con quella estera, alla luce delle varie Convenzioni contro le doppie imposizioni, firmate dall’Italia e i vari Paesi esteri.

Vediamo quindi, di seguito, quali sono i principali aspetti che caratterizzano questi speciali aspetti del regime impositivo dei professionisti che effettuano prestazioni estere.

Prestazioni estere dei professionisti italiani

Il professionista italiano che si trova ad effettuare una prestazione professionale in un Paese estero deve chiedersi se e come deve essere tassato quel compenso. Per prima cosa è necessario andare a vedere cosa prevede la normativa fiscale italiana sul tema, per poi andare a conciliare quanto previsto con la Convenzione contro le doppie imposizioni firmata tra l’Italia e lo Stato estero ove la prestazione professionale è stata eseguita.

Per rendere meglio l’idea pensate al compenso percepito da un ingegnere che si trova a dover effettuare la propria attività professionale per un’azienda estera, recandosi in luogo per i relativi accertamenti e valutazioni da fare.

Normativa domestica

Per quanto riguarda la normativa italiana, il Testo Unico delle Imposte sui Redditi (Tuir) all’articolo 3, comma 1, afferma che sono soggetti a tassazione in Italia i redditi ovunque prodotti da parte dei soggetti ivi residenti e i redditi prodotti in Italia da parte dei soggetti non residenti.

Tuttavia, tale articolo per essere correttamente interpretato deve essere confrontato con le previsioni delle diverse Convenzioni contro le doppie imposizioni. Infatti, l’articolo 75 del DPR n. 600/1973, prevede che nell’applicazione delle norme relative alle imposte sui redditi sono fatti salvi gli accordi internazionali resi esecutivi in Italia.

Normativa convenzionale

In tema di lavoro autonomo la convenzione OCSE contro le doppie imposizioni, all’articolo 14, prevede, per quanto riguarda i redditi dei professionisti che:

“i redditi ce un residente di uno Stato contraente ritrae dall’esercizio di una libera professione o da altre attività di carattere indipendente sono imponibili soltanto in detto Stato, a meno che detto residente non disponga abitualmente nell’altro Stato contraente di una base fissa per l’esercizio delle sue attività. Se egli dispone di una base fissa, i redditi sono imponibili nell’altro Stato, ma soltanto nella misura in cui sono imputabili a detta base fissa”…..”con l’espressione libera professione si comprende le attività indipendenti di carattere scientifico, letterario, artistico, educativo, pedagogico, nonché le attività indipendenti dei medici, avvocati, ingegneri, architetti, dentisti e contabili”

Da sottolineare come l’espressione “soltanto in detto Stato“, indichi come l’unica potestà impositiva sia dello Stato di residenza del professionista.

In secondo luogo, invece, deve essere sottolineata la deroga alla normativa interna, secondo la quale il reddito da lavoro autonomo si considera prodotto nel territorio dello Stato se la prestazione è stata svolta nel territorio stesso. Tale deroga è subordinata all’assenza di una base fissa del professionista. Se, invece, il professionista dispone di una base fissa all’estero, (ad esempio un ufficio) il suo reddito è imponibile (anche) nello Stato in cui la prestazione è svolta.

Prestazioni in Italia dei professionisti esteri

Come abbiamo visto, l’articolo 23 del DPR n. 917/86, il quale prevede che i redditi di lavoro autonomo siano territorialmente rilevanti nello Stato ove essi sono stati percepiti (articolo 23, comma 1, lettera d) del DPR n. 917/86). Stessa cosa vale anche per i redditi diversi derivanti da attività svolte nel territorio dello Stato e per i compensi derivanti dall’utilizzazione di opere dell’ingegno, di brevetti industriali e simili.

Riepilogando, per comprendere la modalità di tassazione del professionista non residente (può trattarsi anche di un soggetto italiano che ha acquisito la residenza in un Paese straniero, iscrivendosi regolarmente all’Aire), che esercita un’attività professionale in Italia devono risolversi le seguenti problematiche:

  • Effetti dell’articolo 23 del DPR n. 917/86 – Se non vi è una convenzione contro le doppie imposizioni siglata tra l’Italia e il Paese di residenza del professionista. In questo caso il professionista estero è tassato in Italia, in quanto ivi è svolta la prestazione. La tassazione è una ritenuta fiscale del 30%, ai sensi dell’articolo 25 del DPR n. 600/1973;
  • Configurazione della base fissa – Se espressamente specificato nella convenzione contro le doppie imposizioni, il professionista è tassato in Italia soltanto se ivi ha ubicato una base fissa (ufficio). Anche in questo caso si applica la ritenuta del 30%, ma il professionista dovrà essere in grado di documentare quanti dei suoi redditi derivano dalla base fissa italiana.

Da queste regole possiamo affermare anche che nel caso in cui l’attività professionale di un soggetto estero sia svolta in maniera soltanto occasionale in Italia, la stessa risulterà tassabile soltanto nel Paese di residenza del professionista.

Lo status di non residente incide anche sugli obblighi del sostituto di imposta, determinando, nei casi che esamineremo, una specifica aliquota della ritenuta (e una sua diversa natura) e addirittura la possibilità che, in presenza di convenzioni internazionali, la ritenuta non venga operata. A questo proposito può essere utile ricordare la distinzione terminologica in tema di ritenute, rilevante per comprendere la disciplina dei redditi percepiti da soggetti non residenti.

Prestazioni estere e tassazione tramite ritenuta

Abbiamo visto che per le prestazioni estere professionali soggette a tassazione in Italia (ex. articolo 23, o al configurarsi di una base fissa), da parte di professionisti non residenti sono soggette ad una ritenuta a titolo di imposta del 30%, che il soggetto erogante il compenso deve trattenere e versare allo Stato italiano. Questa disciplina è stabilita dall’articolo 25, comma 2 del DPR n. 600/1973, secondo il quale

se i compensi […] sono corrisposti a soggetti non residenti, deve essere operata una ritenuta a titolo d’imposta nella misura del 30% [..] ne sono esclusi i compensi per prestazioni estere di lavoro autonomo effettuate all’estero e quelli corrisposti a stabili organizzazioni in Italia di soggetti non residenti”

Riassumendo, è possibile giungere alle seguenti alternative:

  1. Il professionista residente in uno stato estero che ha siglato una convenzione contro le doppie imposizioni con l’Italia che effettua una prestazione professionale in Italia senza una base fissa, non è soggetto a tassazione in Italia, quindi la ritenuta del 30% non si applica;
  2. Il professionista residente in uno stato estero che ha siglato una convenzione contro le doppie imposizioni con l’Italia che effettua una prestazione professionale in Italia con una base fissa, la ritenuta del 30% deve essere applicata;
  3. Il professionista residente in uno stato estero che non ha siglato una convenzione contro le doppie imposizioni con l’Italia che effettua una prestazione professionale in Italia è soggetto a tassazione nel nostro Paese ai sensi dell’articolo 23 del DPR n. 917/86, ed anche in questo caso la ritenuta del 30% trova applicazione.

In pratica, per i Paesi con cui esiste una Convenzione contro le doppie imposizioni, in assenza di base fissa in Italia è dunque pacifico che la ritenuta del 30% di cui al richiamato articolo 25 del DPR n. 600/73 non deve essere operata.

Adempimenti del committente italiano

Nel caso in cui un soggetto committente italiano si trovi di fronte ad una prestazione professionale estera dovrà comportarsi in maniera tale da evitare contestazioni future da parte dell’Amministrazione finanziaria.

In pratica, il sostituto è chiamato a farsi consegnare un attestato dell’autorità fiscale straniera certificante l’esistenza delle condizioni richieste ai fini dell’applicazione del regime convenzionale, ovvero la residenza fiscale nello Stato estero e l’imponibilità in tale Stato dei redditi a questo imputabili. In tal modo, il committente italiano è esonerato dall’adempimento e non opera nessuna ritenuta in relazione alle prestazioni professionali ricevute.

Inoltre, appare opportuno farsi rilasciare dal professionista straniero una dichiarazione relativa al periodo di complessiva permanenza in Italia nell’anno solare, nonché la dichiarazione di non possedere in Italia una stabile organizzazione o base fissa, onde escludere in maniera categorica l’attrazione alla tassazione in Italia.

Tale documentazione è indispensabile in quanto il sostituto italiano, in sede di elaborazione degli adempimenti fiscali, è tenuto ad illustrare il comportamento assunto.

Se eventualmente la ritenuta operata dovesse essere operata e comunque in capo al professionista si configurano le condizioni di tassazione soltanto all’estero, è possibile chiedere il rimborso della ritenuta subita entro 48 mesi.

Convensione OCSE contro le doppie imposizioni

In merito al modello Ocse di convenzione contro le doppie imposizioni deve essere evidenziato come, a seguito della soppressione dell’articolo 14 (relativo alle regole per le professioni indipendenti), i redditi derivanti dalla libera professione debbano essere ora disciplinati  dall’articolo 7 (relativo alla stabile organizzazione), quali utili alle imprese.

In pratica, si assiste ad una piena assimilazione del reddito professionale al reddito di impresa, determina un chiaro rinvio alle disposizioni dell’articolo 5 del modello relativo alla stabile organizzazione, e quindi la necessità di attribuire alla stabile organizzazione gli utili che questa avrebbe conseguito se si fosse trattato di un’impresa distinta e separata che svolge attività identiche o analoghe in condizioni identiche o analoghe.

Stabile organizzazione estera o società di diritto locale?

Stanti le considerazioni fatte sinora, viene da chiedersi se ai fini fiscali per un professionista estero che vuole operare in Italia (o al contrario un professionista italiano che voglia operare all’estero), sia più conveniente dotarsi di una stabile organizzazione oppure aprire una società di diritto locale in loco.

Proviamo a chiarirci le idee con un esempio: poniamo che uno studio di consulenza italiano decida di operare in uno Stato estero attraverso una società di diritto locale per erogare consulenze locali. Tale scelta consente allo studio italiano di separare la propria attività ed anche la propria responsabilità tributaria nello stato estero, ove magari, l’imposta da versare per la società è più bassa rispetto a quella che avrebbe in Italia.

Se tale studio avesse, invece, semplicemente aperto un ufficio in loco, lo stesso avrebbe costituito una stabile organizzazione che avrebbe scontato l’imposta locale ma che sarebbe stata tassata anche in Italia nell’ambito dell’associazione professionale e quindi per trasparenza in capo ai soci. In pratica, possiamo dire che l’utilizzo di una società di diritto locale in luogo della stabile organizzazione permette di sterilizzare la tassazione, limitandola al prelievo estero.

Prestazioni estere e contributi previdenziali

Per capire la disciplina previdenziale dei redditi derivanti da prestazioni estere di un professionista residente fiscalmente in Italia, occorre andare a verificare cosa prevede la regolamentazione internazionale di sicurezza sociale, e in particolare con la Regolamentazione 883/2004 vigente dal primo maggio 2010 nei rapporti tra gli Stati della UE.

Tale normativa è improntata ad alcuni principi ispiratori fondamentali, uno dei quali è il principio dell’Unicità della legislazione applicabile ad un medesimo soggetto, che individua la legislazione applicabile nei casi in cui un lavoratore autonomo sia già soggetto alla legislazione di sicurezza sociale di un altro Paese membro, oppure svolga la propria attività lavorativa contemporaneamente in due o più Stati membri.

A tale proposito, la Regolamentazione comunitaria fissa quale principio generale in materia di legislazione applicabile per i lavoratori autonomi, quello della Territorialità ovvero della “lex loci laboris“, secondo cui:

i lavoratori occupati nel territorio di uno Stato membro sono soggetti alla legislazione di tale Stato, salve le eccezioni disciplinate dagli articoli 12 e 13 del Regolamento CE n. 883/2004 per i casi di  esercizio di attività lavorativa in più Stati

In applicazione dei principi di Unicità e di Territorialità, i richiamati articoli 12 e 13 prevedono che qualora il lavoratore autonomo eserciti la sua attività in più Stati, la legislazione di sicurezza sociale a lui applicabile sarà quella dello Stato di residenza fiscale, così come determinata ai sensi dell’articolo 2, comma 2 del DPR n. 917/86 (letto in combinato disposto con l’articolo 4, comma 1 del Modello OCSE di Convenzione contro le doppie imposizioni), se esercita abitualmente una parte sostanziale della sua attività in tale Stato.

Diversamente, il lavoratore sarà soggetto alla legislazione previdenziale dello Stato membro in cui si trova il centro dei suoi interessi.

3 comments

  1. Buongiorno,
    Vorrei avere delle informazioni e dei chiarimenti sul lavoro autonomo all’estero in UE.

    Sono stata licenziata e sarò in mobilità fino a Settembre 2017, dopo questa data ho diritto ad altri due anni pagati dal Fondo di Solidarietà del Trasporto Aereo. Per quanta riguarda il Fondo di Solidarietà non si può ottenere l’anticipazione come per la mobilità, ma il pagamento mensile.

    Secondo le circolari Inps si può passare da lavoratori ad imprenditori utilizzando l’indennità di mobilità/fondo e quindi svolgere attività autonoma anche all’estero in uno degli stati convenzionati.

    Posso lavorare come libero professionista o creare una SRL.
    – Come libero professionista devo essere iscritta ad un albo professionale in Italia o è valida in Italia l’iscrizione ad un albo professionale estero?

    – La SRL deve essere aperta in Italia o può essere aperta all’estero?

    – Nelle circolari dell’Inps c’è scritto che l’anticipazione può essere riconosciuta anche agli amministratori di società di cui sono soci di capitale. Significa che si può lavorare oppure no?

    La ringrazio anticipatamente per qualsiasi suggerimento voglia darmi.
    Cordiali saluti

    • Fiscomania

      L’indennità può essere erogata sia se lei apre una partita Iva come professionista sia se lei avvia un srl e diventa imprenditore. I limiti dipendono dal fondo stesso, per questo la invito a contattare direttamente il Fondo di solidarietà. Se vuole avviare l’attività professionale non è necessario essere iscritti ad un albo professionale.

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