Capital Gain: ambito di applicazione e tassazione

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Come avviene la tassazione delle rendite finanziarie in Europa? Quali sono i Paesi d’Europa dove si paga meno il capital gain? Cerchiamo di capire, in questo contributo come si determina il capital gain e in quali fattispecie possiamo trovarlo. Approfondiremo poi quali sono le modalità e le aliquote di tassazione, guardando ai Paesi d’Europa con le migliori opportunità.  

Il capital gain non è altro che il differenziale positivo (guadagno) che deriva dalla vendita di un’attività finanziaria precedentemente acquistata. L’attività legata alla compravendita di strumenti finanziari porta con se il problema di andare a determinare la corretta tassazione da applicare al guadagno ottenuto.

In Italia il regime di tassazione delle rendite finanziarie è diverso a seconda della tipologia dell’investimento effettuato. Considerato il fatto che ormai i mercati finanziari sono connessi tra loro diventa indispensabile per tutti gli investitori andare ad effettuare scelte di investimento sempre più oculate per  indirizzare al meglio la tassazione dei proventi derivanti dall’impiego del proprio capitale.

Saper individuare il regime fiscale di tassazione delle rendite finanziarie che più si adatta alle proprie caratteristiche può essere un valido strumento per attenuare l’incremento della pressione fiscale sui proventi ottenuti.

Di seguito tutte le informazioni per determinare il capital gain, applicare il corretto regime di tassazione con l’indicazione dei migliori Paesi d’Eurora, che applicano la minore tassazione sul capital gain.

capital gain

Cos’è il capital gain?

Il capital gain può essere definito come la differenza tra prezzo di emissione e prezzo di rimborso, ovvero una plusvalenza costituita dalla differenza tra il prezzo percepito all’atto della cessione della partecipazione e il costo d’acquisto al lordo degli oneri accessori, ad esclusione degli eventuali interessi passivi, o il valore rideterminato in caso di rivalutazione delle partecipazioni stesse ai sensi dell’articolo 5 della Legge n. 448/2001, dell’articolo 2 del D.L. n. 282/2002 e successive modificazioni.

Affinché si realizzi capital gain, le cessioni degli strumenti finanziari devono avvenire a titolo oneroso (compravendita, conferimento in società, datio in solutum, costituzione o cessione di diritto d’usufrutto). Da questo ne consegue che, ad esempio, donazione e successione, non costituendo cessioni a titolo oneroso, non danno origine a capital gain.

Con il D.Lgs n. 461/97 è stata effettuata una complessiva riorganizzazione della tassazione dei redditi diversi di natura finanziaria. Questo anche per i soggetti che non svolgono attività d’impresa, le persone fisiche, le società semplici e soggetti equiparati, gli enti non commerciali, con l’individuazione di tra distinti regimi di tassazione:

  1. Il regime della dichiarazione;
  2. Il regime del risparmio amministrato;
  3. Oppure il regime del risparmio gestito.

Per approfondire: Rendite finanziarie: i regimi di tassazione

Capital gain: ambito soggettivo

Sono soggetti al regime del capital gain:

  • Le persone fisiche residenti (purché non conseguano la plusvalenza nell’esercizio di attività d’impresa, di lavoro autonomo o in qualità di lavoratori dipendenti);
  • Le società semplici e i soggetti equiparati;
  • Gli enti non commerciali (purché non conseguano la plusvalenza nell’esercizio di attività d’impresa);
  • soggetti non residenti (di qualunque natura), sempre che la cessione si consideri effettuata in Italia ai sensi dell’articolo 23 del DPR n. 917/86.

Capital gain: regime di tassazione

Il capital gain percepito da persone fisiche (non in regime di impresa) si caratterizza per la tassazione, in sede di dichiarazione dei redditi, dei redditi diversi di natura finanziaria con l’applicazione di un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi pari al 26% (dal 1° luglio 2014). I redditi diversi derivanti dalle obbligazioni e dagli altri titoli di cui all’articolo 31 del DPR n. 600/73 sono computati nella misura del 48,08% dell’ammontare realizzato.

Le plusvalenze derivanti dalla cessione a titolo oneroso di partecipazioni qualificate sono assoggettate ad Irpef (comprese le addizionali) per il 58,14% del loro ammontare, al netto del 58,14% delle relative minusvalenze realizzate nel periodo d’imposta. Le plusvalenze derivanti dalla cessione di partecipazioni, titoli e strumenti finanziari emessi da società residenti in paesi o territori a fiscalità privilegiata qualificate e non qualificate concorrono alla formazione del reddito per il loro ammontare e sono sommate algebricamente alle minusvalenze, computate anch’esse in misura integrale.

Resta fermo, l’obbligo di evidenziare separatamente i diversi comparti di plusvalenze e di minusvalenze nella dichiarazione dei redditi. In assenza di plusvalenze, le minusvalenze non possono essere portate in deduzione di altri redditi che concorrono a formare il reddito complessivo. Nel regime della dichiarazione si considerano ceduti prima gli strumenti finanziari acquisiti in data più recente, nella sostanza si applica il metodo del LIFO continuo.

L’eventuale eccedenza delle minusvalenze e delle perdite può essere portata in deduzione dell’imposta dovuta nei successivi periodi, ma non oltre il quarto, purché sia indicata in dichiarazione dei redditi. In pratica con questo regime la tassazione non è anonima, vi è obbligo di presentare la dichiarazione dei redditi annuale, e la tassazione avviene per cassa alla realizzazione del provento.

Regime di impresa

Per i soggetti che percepiscono guadagni di capitale ed operano in regime di impresa, i proventi sono assoggettati al reddito di impresa, scontando quindi l’Irpef, o l’Ires, secondo il regime fiscale applicato dall’impresa che li ha percepiti.

Fattispecie che determinano capital gain

Vediamo adesso alcune fattispecie che determinano la realizzazione di capital gain in capo al percettore.

Recesso del socio

L’articolo 47, comma 7, del DPR n. 917/86 considera reddito di capitale la differenza tra:

  • Le somme o il valore normale dei beni ricevuti dai soci, e
  • Il prezzo pagato per l’acquisto o la sottoscrizione delle azioni o quote annullate,

Tra le varie fattispecie in cui può applicarsi questa disposizione, sicuramente un posto di rilievo deve essere dato alla possibilità per i soci superstiti di acquisire le quote del socio receduto.

A norma dell’art. 2473 comma 4 c.c., infatti, le quote possono essere acquisite da parte degli altri soci proporzionalmente alle loro partecipazioni oppure da parte di un terzo concordemente individuato dai soci medesimi; in maniera del tutto analoga, le azioni possono essere acquisite dai soci superstiti esercitando il diritto loro concesso dall’art. 2437-quater c.c.

In tali casi, infatti, le somme attribuite al socio receduto, se pur determinate con le modalità proprie di quelle previste per il recesso, non derivano dall’attribuzione di una parte del patrimonio della società, ma bensì dal patrimonio dei soci che intervengono per rilevarne la quota.

Sotto questo profilo, sono ricompresi nell’ambito dei redditi di capitale la differenza tra le somme attribuite al socio e “il prezzo pagato per l’acquisto o la sottoscrizione delle azioni o quote annullate“.

La corresponsione delle somme da parte di altri soci, o da un soggetto sinora estraneo alla compagine, non comporta l’annullamento delle quote a suo tempo possedute dal socio uscente, ma solamente un mutamento di carattere soggettivo all’interno della compagine stessa. In questo senso, il recesso opera quale causa dello scioglimento del rapporto sociale, ma i redditi percepiti dal socio sono assoggettati alla normativa sul capital gain (Circolare n. 26/E/2004 dell’Agenzia delle Entrate e Circolare n. 52/E/2004).

Plusvalenze relative a partecipazioni societarie

I redditi derivanti dall’impiego o dal realizzo di attività finanziarie “qualificate” sono inclusi nel reddito imponibile nella misura del 58,14% e, come tali, assoggettati a imposizione con le aliquote progressive dell’imposta sul reddito delle persone fisiche.

In particolare, costituisce cessione di partecipazioni qualificate la cessione a titolo oneroso di partecipazioni, titoli e diritti che rappresentano una percentuale superiore al 20% dei diritti di voto esercitabili nell’assemblea ordinaria, ovvero al 25% del capitale o del patrimonio.

Per le partecipazioni in società quotate, le soglie sono ridotte rispettivamente al 2% e al 5%.

Ai fini della determinazione delle soglie di qualificazione, poi, si devono considerare anche i titoli o diritti attraverso i quali possono essere acquisite le partecipazioni. Sono tali:

  • warrant di sottoscrizione e di acquisto;
  • diritti di opzione (art. 2441 c.c.);
  • Le obbligazioni convertibili (art. 2420-bis c.c.).

La Circolare n. 52/E/2004 ricorda, peraltro, che, ai fini di individuare le percentuali di diritti di voto e di partecipazione, occorre cumulare le cessioni effettuate negli ultimi 12 mesi, anche naturalmente se effettuate in un periodo d’imposta precedente.

Pertanto, “qualora il contribuente, dopo avere effettuato una prima cessione non qualificata, ponga in essere, nell’arco dei dodici mesi dalla prima cessione, altre cessioni che comportino il superamento delle percentuali di diritti di voto o di partecipazione, per effetto della predetta regola del cumulo, si realizza una cessione di partecipazione qualificata“.

In tale circostanza, l’Agenzia delle Entrate precisa che l’imposta sostituiva assolta all’atto della prima cessione dovrà essere scomputata dall’Irpef dovuta.

Cessione di strumenti finanziari assimilati alle azioni

Il regime tributario degli strumenti finanziari diversi è disciplinato dall’articolo 44 comma 2, lett. a) del DPR n. 917/86, che assimila alle azioni gli strumenti le cui remunerazioni siano costituite totalmente dalla partecipazione ai risultati economici dell’emittente, delle altre società appartenenti al medesimo gruppo, o all’affare in relazione al quale i titoli sono stati emessi.

L’obiettivo è quella di evitare una sostituzione del ricorso al capitale azionario con l’emissione di tali titoli, peraltro destinati alla circolazione, che – qualora non rientranti nella previsione dell’art. 44 comma 2 lett. a) del DPR n. 917/86 – consentirebbero all’emittente una deduzione delle remunerazioni corrisposte ai possessori.

Tale assimilazione comporta che i proventi che derivano dal possesso degli strumenti finanziari sono assimilati agli utili che derivano dalle azioni, così come le plusvalenze che emergono seguono il regime del capital gain previsto dagli articoli 67 e 68 del DPR n. 917/86.

Qualora gli strumenti finanziari consentano la partecipazione al capitale o al patrimonio dell’emittente, il capital gain che si origina a seguito della cessione degli strumenti finanziari è attratto a un regime di tassazione differente a seconda della natura dello strumento stesso.

Infatti, le plusvalenze sono assimilate, rispettivamente, a quelle derivanti dalla cessione di partecipazioni qualificate o meno a seconda che risultino superate o meno le soglie previste dall’articolo 67 del DPR n. 917/86, vale a dire una quota del patrimonio dell’emittente superiore al 25%, per le società non quotate, ovvero al 5%, per le società quotate.

Qualora, invece, lo strumento non consenta tale partecipazione al capitale o al patrimonio, stante l’impossibilità di provvedere a individuare una soglia che ne distingua il regime fiscale, le relative plusvalenze hanno sempre natura qualificata“.

Cessione di titoli emessi all’estero

Per le azioni e i titoli emessi all’estero, l’articolo 44, comma 2, lett. b) del DPR n. 917/86 subordina l’assimilazione alle azioni di società residenti al regime fiscale delle relative remunerazioni.

La disposizione, infatti, prevede tale assimilazione qualora i proventi che si originano dal titolo, se corrisposti da una società residente, fossero stati totalmente indeducibili a norma dell’articolo 109, comma 9, del DPR n. 917/86.

Pertanto, i titoli esteri sono assimilati a quelli emessi da società residenti nel solo caso in cui rappresentano partecipazioni al capitale o al patrimonio e la relativa remunerazione è totalmente collegata ai risultati economici della società stessa, di altre società del gruppo o del singolo affare per il quale sono state emesse.

La remunerazione, in altre parole, non deve essere nemmeno in misura minima commisurata a parametri di natura finanziaria, quali tipicamente i tassi di interesse.

Al riguardo, la Circolare n. 52/E/2004  ha precisato che:

  • Per le azioni estere, le quali rappresentano evidentemente una partecipazione al capitale dell’emittente, si rende applicabile la disciplina delle partecipazioni qualificate o non qualificate. A seconda del superamento o meno delle soglie indicate nell’art. 67 comma 1 lett c) del DPR n. 917/86;
  • Gli strumenti finanziari esteri, invece, sono sempre e comunque assimilati alle partecipazioni non qualificate. Posto che l’art. 67 comma 1 lett. c) del DPR n. 917/86 (norma che disciplina le partecipazioni non qualificate) richiama solamente gli strumenti finanziari disciplinati dall’art. 44 comma 2 lett. a) del DPR n. 917/86. Vale a dire quelli emessi da società residenti.

Migliori Paesi d’Europa per la tassazione sul capital gain

Di seguito vi forniamo un elenco non esaustivo, dei principali Paesi d’Europa con un basso livello di tassazione dei guadagni derivanti dal capital gain.

Andorra

In Andorra l’imposta sul capital gain è del 10%, ma è pari a zero se possiedi meno del 25% dell’attività finanziaria venduta. Questo significa che se vendi le quote di una società e hai meno del 25% di questa società non paghi imposte sul capital gain ottenuto.

Malta

A Malta non esiste capital gain, ma un’imposta fissa del 12% sul trasferimento dell’attività detenuta. Nel caso in cui l’attività finanziaria venga ereditata, invece, l’imposta scende fino al 7%. Ad ogni modo si tratta di livelli accettabili. Considerati gli altri vantaggi fiscali offerti da Malta questo è un ottimo compromesso.

Bulgaria

In Bulgaria il capital gain è al 10%, corrisponde con l’imposta sul reddito personale. Anche in questo caso è tra i più bassi d’Europa. L’imposta sul capital gain non si paga per le transazioni finanziarie effettuate sui titoli azionari quotati alla borsa bulgara.

Ungheria

L’imposta sul capital gain è del 15%, ma scende al 10% se conservi l’asset per 3 anni e scende a 0% se conservi l’asset per 5 anni.

Serbia

L’imposta sul capital gain è del 15% per i residenti, ma è del 20% per i non residenti. Un motivo in più per prendere la residenza permanente serba. Le imposte complessivamente sono basse e il paese è in piena crescita.

2 comments

  1. Qualcuno che chiami il proprio sito “FiscoMANIA” a mio modo di vedere non è sano di mente…..
    Hey!!
    Stavo scherzando….
    Siete davvero bravi: pur operando in un settore così ostico riuscite a fornire nozioni tecniche in un linguaggio comprensibile….
    COMPLIMENTI!!! da parte di un vecchio commercialista, così vecchio che è ancora fissato con la BeatlesMania 🙂

    • Fiscomania

      Grazie dei complimenti Maurizio. Detti da un collega valgono doppio. L’obiettivo è fornire informazioni utili e comprensibili, differenziandosi dagli altri.

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