Regime dei lavoratori impatriati: Vademecum e casi particolari

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Il legislatore ha apportato un serie di interventi normativi volti a favorire l’ingresso e la permanenza in Italia di lavoratori e di investitori esteri. Con circolare n. 17/E del 23 maggio 2017, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito la corretta applicazione del regime dei lavoratori impatriati in Italia. Vediamo il vademecum con tutte le informazioni utili per questo particolare regime agevolativo.

I lavoratori impatriati sono dipendenti o autonomi, manager, lavoratori ad alta specializzazione e laureati, in possesso di particolari requisiti, che trasferiscono la residenza fiscale in Italia (dall’estero) per intraprendere una attività lavorativa.

Il nostro legislatore ha pensato, attraverso l’articolo 16 del D.Lgs. n. 147/2015 di introdurre il regime dei lavoratori impatriati. Si tratta di una disciplina fiscale, volta all’incentivazione al rientro in patria di lavoratori che negli ultimi anni vivevano stabilmente all’estero. L’incentivo, come sempre in questi casi, è costituito da una agevolazione fiscale

L’articolo 16 del D.Lgs. n. 147/2015 norma di carattere strutturale, dispone che:

I redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia da lavoratori che trasferiscono la residenza nel territorio dello Stato ai sensi dell’articolo 2 del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, concorrono alla formazione del reddito complessivo limitatamente al cinquanta per cento delsuo ammontare (…)”.

Quello che possiamo dire preliminarmente è che per poter godere del regime di lavoratori impatriati il soggetto deve essersi trasferito stabilmente in Italia a partire dal 2016. Non ci sono previsioni in merito al tempo che deve intercorrere tra il rientro in Italia e l’avvio dell’attività lavorativa di tipo dipendente o autonoma.

Vediamo, quindi, maggiori informazioni sul regime dei lavoratori impatriati in Italia.

Regime dei lavoratori impatriati

Criteri per l’individuazione della residenza fiscale

Come abbiamo visto, il regime dei lavoratori impatriati prevede come requisito essenziale che il soggetto si sia trasferito stabilmente in Italia, riacquistandone la residenza fiscale.

Ma, cosa si intende per residenza fiscale?

L’Agenzia delle Entrate, nella Circolare n. 17/E/2017 sviluppa la propria analisi partendo dall’assunto che il regime dei lavoratori impatriati presuppone il trasferimento della residenza fiscale in Italia ai sensi del solo art. 2 del DPR n. 917/86 ovvero che, per la maggior parte del periodo d’imposta, il contribuente:

  • Sia stato iscritto all’Anagrafe della popolazione residente in Italia, oppure
  • Abbia nel territorio dello Stato il domicilio ai sensi del Codice civile, oppure
  • Abbia nel territorio dello Stato la residenza ai sensi del Codice civile.

Naturalmente, ai fini dell’acquisto della residenza fiscale italiana, tutti i requisiti devono trovare applicazione. Da questo possiamo fin da subito identificare i soggetti esclusi da questo regime fiscale.

Regime dei lavoratori impatriati: soggetti esclusi

Sono infatti categoricamente esclusi dalla possibilità di accedere al regime dei lavoratori impatriati, tutti coloro che, prima del trasferimento all’estero, non si siano mai cancellati dall’Anagrafe della popolazione residente in Italia. Considerato che essi sono in ogni caso rimasti residenti ai fini fiscali in Italia anche nel periodo trascorso all’estero. La preclusione opererebbe anche nel caso in cui il soggetto abbia fatto valere le disposizioni delle convenzioni contro le doppie imposizioni qualificandosi in ultima analisi non residente in Italia.

Inoltre, un corollario di questa previsione, è che ancorando l’acquisizione della residenza fiscale in Italia alla normativa domestica, contenuta nell’art. 2 del DPR n. 917/86, sono esclusi dalla possibilità di optare per questo regime, con riferimento all’anno di ingresso in Italia, tutti coloro che si sono trasferiti in Italia nella seconda parte dell’anno in quanto “l’integrazione dei requisiti di radicamento della residenza sarà sempre per un tempo inferiore alla maggior parte del periodo d’imposta”.

Con riferimento alla presunzione di residenza in Italia contenuta nel comma 2-bis, art. 2 del DPR n. 917/86, per i cittadini italiani che si sono trasferiti in Stati o territori aventi un regime fiscale privilegiato, è confermato che tale previsione rappresenta una “presunzione legale relativa” con cui il legislatore ha diversamente ripartito l’onere probatorio tra le parti. Ciò, anche quando il soggetto si sia stabilito in un Paese a fiscalità privilegiata trasferendo prima la residenza in altro, diverso, Stato (non incluso tra quelli considerati a fiscalità privilegiata).

Di conseguenza, i regimi di favore in discussione trovano applicazione anche nei confronti di tali categorie di individui che avevano trasferito la residenza in un Paese estero considerato a fiscalità privilegiata e che siano in grado di dimostrare l’effettivo radicamento nel Paese estero.

Residenza fiscale domestica e Convenzioni internazionali

Una particolare riflessione merita il rapporto intercorrente tra la residenza fiscale determinata ex art. 2 del DPR n. 917/86 e le regole dettate dai trattati internazionali e precisamente le c.d. tie breaker rules contenute nelle convenzioni contro le doppie imposizioni sottoscritte dall’Italia.

Queste considerazioni valgono tanto con riferimento alla verifica dei requisiti per l’accesso al regime dei lavoratori impatriati quanto per il requisito del mantenimento in Italia della residenza fiscale successivamente al rientro nel nostro Paese.

Infatti, potrebbe accadere che un soggetto trasferisca la propria residenza fiscale in Italia, ad esempio iscrivendosi all’Anagrafe della popolazione residente e risultando iscritto per la maggior parte dell’anno e contemporaneamente si qualifichi residente fiscale anche nel Paese di provenienza perché ad esempio ha ivi mantenuto il centro degli interessi vitali.

In questo caso, in virtù delle regole di determinazione della residenza dettate dalle citate tie breaker rules, il contribuente potrebbe risultare non residente in Italia ai sensi della Convenzione contro le doppie imposizioni. In una simile ipotesi, pur di fronte alla residenza estera del contribuente, appare applicabile il regime ex art. 16 D.Lgs. n. 147 del 2015, ricorrendo le condizioni previste dalla norma (i.e. lo status di residente fiscale in Italia ai sensi dell’art. 2 del DPR n. 917/86).

Problematiche reddituali

Appare evidente, però, che una simile situazione potrebbe generare problematiche in sede di successivo accertamento della dichiarazione dei redditi da parte dell’Agenzia delle entrate.

Infatti, da un punto di vista meramente pratico, il contribuente dovrebbe compilare il frontespizio del Modello Redditi PF indicando il proprio indirizzo di residenza all’estero e, in base all’art. 23 del DPR n. 917/86, dovrebbe includere ed assoggettare a tassazione in Italia soltanto i redditi prodotti all’interno del territorio dello Stato. In aggiunta, trattandosi di un soggetto residente ai fini fiscali all’estero, sebbene in applicazione di una Convenzione contro le doppie imposizioni, anche la Sezione dedicata all’assolvimento degli obblighi di monitoraggio fiscale non verrebbe compilata.

Allo stesso tempo, il contribuente indicherebbe in dichiarazione dei redditi la volontà di applicare il regime dei lavoratori impatriati, dichiarandosi, implicitamente, residente in Italia.

Ci si deve dunque domandare se una simile dichiarazione dei redditi possa essere ritenuta coerente, coesistendo in essa sia elementi tipici della dichiarazione del soggetto residente che altri generalmente appannaggio dei contribuenti non residente ai fini fiscali in Italia.

Regime dei lavoratori impatriati: requisiti oggettivi e soggettivi

Secondo quanto previsto dall’articolo 16 del D.Lgs. n. 147/2015 e dal decreto attuativo, i soggetti per accedere al regime fiscale previsto per i lavoratori impatriati devono pertanto possedere i seguenti requisiti:
  1. Essere in possesso di un titolo di laurea;
  2. Aver svolto continuativamente un’attività di lavoro o studio fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi o più;
  3. Essere un cittadino dell’UE o di uno Stato Extra UE con il quale risulti in vigore una Convenzione contro le doppie imposizioni ai fini delle imposte sui redditi ovvero sullo scambio di informazioni in materia fiscale;
  4. Svolgere attività di lavoro autonomo o dipendente in Italia.

È indubbio che tali chiarimenti hanno il pregio di meglio definire i confini della platea dei beneficiari, laddove, il testo della norma mal si prestava ad una chiara e precisa individuazione delle caratteristiche e dei requisiti minimi richiesti al lavoratore.In merito alle differenti previsioni tra il comma 1 ed il comma 2 dell’art. 16, il documento di prassi conferma le interpretazioni già operate in Dottrina volte a valorizzare la grande apertura impressa dal legislatore con l’introduzione del comma 2.

Presisazioni sui requisiti

Particolarmente preziose, in questo ambito, sono le indicazioni offerte in tema di individuazione del titolo di laurea ai fini dell’applicazione del regime: ovvero un titolo anche triennale purché ne sia riconosciuta l’equipollenza.

Sempre, con riferimento al titolo di studio, un ulteriore elemento in grado di ampliare la base dei soggetti potenziali beneficiari è il fatto che l’Amministrazione finanziaria ha espressamente previsto che non è richiesta alcuna correlazione tra il titolo di studio conseguito e l’attività di lavoro che verrà prestata in Italia. Inoltre, a differenza di quanto previsto dal comma 1, il lavoratore potrà prestare la propria attività indifferentemente presso Pubbliche amministrazioni o enti ed imprese private.

Venendo poi al tema della decorrenza del periodo di 24 mesi di lavoro o studio fuori dall’Italia prima del trasferimento, è stato  chiarito che deve farsi riferimento al calendario comune, decorrendo tale periodo a partire da qualsiasi giorno dell’anno.

Inoltre, sebbene sia richiesto che la permanenza all’estero si caratterizzi per essere continuativa, non è previsto che essa debba fare riferimento al periodo immediatamente precedente il periodo in Italia.

Regime dei lavoratori impatriati in ipotesi di distacco del personale

Uno dei profili di interesse per l’applicazione del regime in commento è rappresentato dalla eventualità che il contribuente svolga la propria attività in regime di distacco o trasferta. Infatti, avuto conto del fatto che la normativa si rivolge a soggetti che si trasferiscono in Italia, accade spesso che ciò avvenga in un contesto di mobilità internazionale all’interno di un gruppo internazionale.

Le riflessioni dell’Amministrazione finanziaria prendono le mosse dal valorizzare la finalità che ha mosso il legislatore, individuandola nella volontà di attrarre in Italia soggetti che grazie all’esperienza maturata all’estero possano contribuire allo sviluppo del Paese.

In questo modo, viene riconosciuta la possibilità di applicare il regime degli impatriati ai c.d. lavoratori “inbound”, ovvero a quei dipendenti che, in virtù di un distacco in Italia, si trasferiscono nel nostro Paese e rispettano le condizioni dettate dall’art. 16 del D.Lgs. n. 147/2015.

Di diverso avviso è, invece, il parere dell’Amministrazione con riferimento al caso opposto: ovvero quello di lavoratori italiani che, una volta trascorso un periodo di distacco all’estero, fanno rientro in Italia. Tali soggetti, non residenti ai fini fiscali in Italia ai sensi dell’art. 2 del dPR n. 917/86 durante il periodo di permanenza all’estero, si troverebbero nella medesima posizione soggettiva di chi si trasferisce per la prima volta nel Paese. Ugualmente, rientrando in Italia e trasferendo la residenza fiscale nel Paese, infatti, potrebbero integrare tutte le diverse condizioni previste per l’applicazione del regime degli impatriati.

In tale ipotesi, l’Agenzia non ammette l’applicazione del regime dei lavoratori impatriati ai dipendenti in distacco all’estero che fanno rientro in Italia. Così, si ritiene che il rientro avvenga in esecuzione delle clausole già presenti nel contratto di lavoro non essendo quindi integrata la finalità di attrarre soggetti in Italia, che sarebbero rientrati in ogni caso alla luce della temporaneità della loro permanenza all’estero.

Regime dei lavoratori impatriati per trasferte internazionali

In tema di applicazione del regime degli impatriati, una delle questioni più significative rigaurda le prestazioni lavorative rese in regime di trasferta internazionale.

Sul punto l’agevolazione fiscale è estesa anche “alle somme corrisposte per l’attività di lavoro prestata all’estero” se di durata inferiore a 183 giorni nel periodo d’imposta. Ciò trova giustificazione nel fatto che l’attività di lavoro nel corso della trasferta, a differenza del distacco, è resa nell’interesse ed a beneficio del datore di lavoro e questa “non può essere scissa da quella prestata in Italia”.

Quanto al rapporto tra trasferte estere e regime fiscale agevolato, è possibile individuare una disomogeneità di trattamento tra soggetti che beneficiano del regime dei lavoratori impatriati ai sensi del comma 1 dell’art. 16 e quelli disciplinati dal comma 2 del medesimo articolo.

Infatti, le argomentazioni dell’Amministrazione muovono dal concetto di prevalenza della prestazione lavorativa in Italia, come espressamente riconosciuto dall’art. 16 D.Lgs. n. 147/2015 con riferimento al comma 1. L’agevolazione fiscale ai sensi del comma 1 è subordinata alla verifica della prevalenza delle prestazioni lavorative effettuate nel territorio dello Stato rispetto all’attività lavorativa prestata nel corso dell’anno.

Durata della trasferta

Alla luce di tale elemento, infatti, assume rilevanza il fatto che la trasferta estera abbia avuto una durata superiore o inferiore ai 183 giorni avuto riguardo al periodo d’imposta oggetto di analisi.

Così, quando il requisito della prevalenza della produzione del reddito in Italia sia rispettata, laddove la trasferta all’estero si sia protratta per meno di 183 giorni, anche le somme corrisposte per l’attività di lavoro prestata al di fuori del territorio italiano sono comprese nel novero dei redditi agevolabili.

Al contrario, quando la trasferta all’estero abbia avuto durata superiore ai 183 giorni, il contribuente non integra una delle condizioni previste dalla norma per l’applicazione del regime di favore. In tale ipotesi, la conseguenza prospettata dall’Amministrazione è quella di escludere dalla tassazione di favore tutti i redditi di lavoro dipendente prodotti nel corso dell’anno d’imposta in questione, inclusi quelli prodotti in Italia. Ciò però non farebbe decadere dal regime speciale per gli altri periodi d’imposta, nel limite di cinque anni, nel corso dei quali il contribuente integra tutte le condizioni previste dal legislatore.

Venendo invece alle previsioni dettate in tema di comma 2, giova segnalare che, tra le condizioni previste per la fruizione della norma, il legislatore non ha previsto la prevalenza della produzione di redditi di fonte italiana.

Conseguentemente, la decadenza dalla fruizione del beneficio prevista in applicazione del comma 1 e pocanzi commentata, non si verifica allorché il contribuente fruisca del regime agevolato ai sensi del comma 2. In tal caso, nell’ipotesi di trasferta all’estero eccedente i 183 giorni, resta ferma la preclusione alla fruizione del regime di favore con riferimento ai redditi prodotti all’estero in occasione della trasferta; tuttavia, la tassazione agevolata sarebbe applicabile ai redditi di lavoro dipendente prodotti in Italia nel corso del medesimo periodo d’imposta.

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