Lavoratore in trasferta e lavoratore trasfertisti

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Regime fiscale e contributivo applicabile alle indennità corrisposte ai lavoratori in trasferta e ai c.d.’’trasfertisti’’. Differenze tra lavoratore in trasferta e trasfertista ai fini della disciplina contributiva e fiscale. Sentenza Cassazione in Sezioni Unite n. 27093 del 15 novembre 2017.

Un aspetto da tenere in considerazione quando ti trovi ad dover effettuare un’attività lavorativa fuori dalla ordinaria sede di lavoro è capire se stai operando come lavoratore in trasferta oppure, come trasfertista. In questo contributo andremo ad analizzare queste differenze, sia da un punto di vista fiscale che contributivo. Il tutto anche alla luce della sentenza della Cassazione in Sezioni Unite n. 27093 del 15 novembre 2017.

Sentenza con la quale la Suprema Corte si è pronunciata a Sezioni Unite riguardo al regime contributivo applicabile alle indennità corrisposte dal datore di lavoro ai dipendenti che prestano la loro opera al di fuori della sede dell’impresa. Questo alla luce dell’articolo 7 quinquies del D.L. n. 193/2016, convertito dalla Legge n. 225/2016.

Prima di esaminare i punti fondamentali della sentenza pare opportuno evidenziare alcuni aspetti fondamentali delle trasferte dei lavoratori dipendenti. Questo partendo dalla distinzione tra lavoratore in trasferta e lavoratore trasfertista.

Lavoratore in trasferta

Lavoratore in trasferta

La trasferta di lavoro si concreta con un cambiamento provvisorio rispetto a quanto scritto nel contratto di lavoro o lettera di assunzione, in merito al luogo di lavoro del dipendente.

Dunque, una possibilità per il datore di lavoro di spostare uno o più dipendenti che rientreranno al termine (della trasferta appunto) nella sede abituale di impiego.

Appare superfluo ricordare che con la trasferta si verte in campo assolutamente diverso dal trasferimento del lavoratore. Trasferimento che, invece, si concreta nello spostamento definitivo.

Sotto il profilo economico, proprio per quanto detto, le ore lavorate in trasferta soggiacciono ad una disciplina diversa da quelle lavorate nella sede abituale di lavoro. Al lavoratore in
trasferta è riconosciuta un’indennità detta, appunto, di trasferta o diaria e/o il rimborso delle spese da lui sostenute per lo spostamento.

L’indennità di trasferta si differenzia a sua volta a seconda che si tratti di:

  • Indennità di trasferta fuori dal comune della sede di lavoro;
  • Indennità di trasferta all’interno del territorio comunale sede di lavoro.

Rimborsi spesa

Per quanto riguarda i rimborsi delle spese, ai quali dovrà far fronte il datore di lavoro, essi potranno essere effettuati in modo analitico, forfettario o misto.

In ogni caso il dipendente dovrà presentare all’azienda la documentazione relativa alle spese, la quale deve essere precisa e dettagliata e riepilogare i dati della trasferta (data, descrizione), i costi sostenuti (documenti di viaggio, fatture hotel) oltre ad essere firmata dal collaboratore in trasferta.

L’indennità di trasferta deve essere riconosciuta anche per i giorni festivi o di sabato e domenica qualora tali giornate rientrino nel periodo della trasferta.

L’indennità è riconosciuta infatti in maniera fissa al dipendente per ogni giorno di lavoro in trasferta. Si ribadisce a tal proposito che trattasi di prestazioni rese fuori dal comune dove ha sede l’azienda o dove è stata definita la sede contrattuale.

Il comma 5 dell’articolo 51 del DPR n. 917/86 prevede tre diversi regimi fiscali per i rimborsi delle spese sostenute dal dipendente in trasferta.

Rimborso forfettario

La cifra prestabilita – al di là delle spese effettivamente sostenute dal dipendente – risulta:

  • Esente fino a €. 46,48 al giorno, per trasferte all’interno del territorio nazionale;
  • Esente fino a €. 77,46 giornaliere, per le trasferte estero.

Il rimborso è determinato al netto delle spese di viaggio e di trasporto che sono state sostenute dal dipendente e per le quali, presentata idonea documentazione giustificativa, il lavoratore ha diritto al riconoscimento del rimborso.

Rimborso misto

Al dipendente può alternativamente esser dato un rimborso con metodo misto riconoscendo un rimborso spese a pié di lista per il vitto e l’alloggio. Ciò che importa è che il lavoratore, per ottenere il rimborso, deve predisporre, alla fine della trasferta, una distinta analitica delle spese sostenute a cui allegherà tutti i giustificativi di spesa necessari per il rimborso, oltre ad una indennità di trasferta ridotta.

Rimborso analitico

Altro sistema di rimborso consiste nel rimborso analitico consistente nella esposizione dettagliata ed analitica di tutte le spese sostenute dal dipendente nello svolgimento della prestazione lavorativa, nel luogo in cui è stato inviato in trasferta con l’obbligo della azienda di provvedere al totale rimborso sulla base della nota spesa presentata dal dipendente, completa di tutti i documenti giustificativi.

Va aggiunto che per altre spese, diverse da quelle sostenute per vitto, alloggio, viaggio e trasporto, la normativa fiscale stabilisce che non concorrono a formare il reddito del dipendente, fino all’importo massimo giornaliero di €. 15,49, elevate ad €. 25,82 per le trasferte all’estero. Si pensi ad esempio a spese telefoniche, spese di parcheggio, mance.

Lavoratore trasfertista

Fino ad adesso è stato fatto riferimento al lavoratore in trasferta. Quindi un lavoratore che si sposta dalla sede dell’azienda in modo temporaneo e occasionale.

Diverso è il concetto di lavoratore trasfertista. Si definisce tale quel soggetto che contrattualmente è “costretto” a prestare la propria attività lavorativa in sedi di lavoro sempre diverse.

Sono da considerare trasfertisti i lavoratori quando:

  • Dal contratto di lavoro emerga che l’attività viene svolta in modo continuativo fuori dalla sede di lavoro;
  • Il contratto di lavoro non preveda affatto una sede di lavoro predeterminata.

La qualificazione del trasfertista è demandata alle parti ed individuata in chi non è in trasferta e non ha quindi una missione specifica da svolgere in un luogo preciso. Le indennità e le maggiorazioni di retribuzione spettanti ai lavoratori tenuti per contratto all’espletamento delle attività lavorative in luoghi sempre variabili e diversi, anche se corrisposte con carattere di continuità, concorrono a formare il reddito nella misura del 50% del loro ammontare. Questo ai sensi dell’articolo 51, comma 6, del DPR n. 917/86.

La sentenza a Sezioni Unite

La Suprema Corte si è pronunciata a Sezioni Unite riguardo al regime contributivo applicabile alle indennità corrisposte dal datore di lavoro ai dipendenti che prestano la loro opera al di fuori della sede dell’impresa. In considerazione della norma di interpretazione emanata nel 2016 (art. 7-quinquies D.L. 22 ottobre 2016, n. 193, convertito dalla Legge 1º dicembre 2016, n. 225).

Il caso

La ditta ricorrente svolge lavori di impiantistica in cantieri itineranti posti in luoghi sempre diversi e variabili e corrisponde ai lavoratori una indennità di trasferta per i giorni in cui la
prestazione è resa fuori dal comune ove è allocata la sede aziendale, considerandola esente da IRPEF e contribuzione nei limiti stabiliti dalla legge.

Riformando la sentenza di primo grado, la Corte di Appello ha sancito dovesse invece applicarsi il regime dei c.d. ‘‘trasfertisti’’. Stante il contrasto di giurisprudenza, la Suprema Corte si è pronunciata a Sezioni Unite riguardo al regime contributivo applicabile alle indennità corrisposte dal datore di lavoro ai dipendenti che prestano la loro opera al di fuori della sede dell’impresa, ritenendo perfettamente lecito l’intervento retroattivo del Legislatore – volto a risolvere l’annoso contenzioso in materia – e ha chiarito il senso dell’espressione ‘‘anche se corrisposta con carattere di continuità (sentenza n. 27093 del 15/11/2017).

Le Sezioni Unite hanno innanzitutto inquadrato i termini del problema.

Nella giurisprudenza di legittimità è pacifico che la nozione di trasferta è caratterizzata:

  • Dal trasferimento del lavoratore in un luogo diverso da quello abituale per svolgere l’attività lavorativa;
  • Dalla temporaneità del mutamento del luogo di lavoro;
  • Dalla necessità che la prestazione lavorativa sia effettuata in esecuzione di un ordine di servizio del datore di lavoro e dalla irrilevanza del consenso del lavoratore.

Sono considerati trasfertisti abituali i lavoratori subordinati destinati a svolgere sistematicamente e professionalmente la propria attività quasi interamente al di fuori della sede aziendale.

La sussistenza della indicata duplice componente restitutoria (quanto alle spese) e retributiva (quanto al maggior disagio della prestazione) della indennità di trasferta ha riflessi anche per la determinazione del relativo trattamento ai fini contributivi (e fiscali).

I principi espressi dalla Corte

Dalla sentenza delle Sezioni unite possono trarsi due principi (Cass. civ., sez. unite, n. 27093 del 15 novembre 2017):

  1. In materia di trattamento contributivo dell’indennità di trasferta, l’espressione “anche se corrisposta con carattere di continuità, deve essere intesa, nel senso che l’eventuale continuatività della corresponsione del compenso per la trasferta non ne modifica l’assoggettabilità al regime contributivo (e fiscale) meno gravoso di quello stabilito in via generale per la retribuzione imponibile, rispettivamente previsto dalle relative disposizioni (art. 11 Legge n. 467/1984; art. 51, comma 6, DPR n. 917/86);
  2. La disposizione che ha introdotto una norma retroattiva autoqualificata di interpretazione autentica con la quale il legislatore ha stabilito che:
    • I lavoratori rientranti nella disciplina dei c.d. ’’trasfertisti’’, sono quelli per i quali sussistono contestualmente le seguenti tre condizioni:
      • La mancata indicazione, nel contratto o nella lettera di assunzione, della sede di lavoro;
      • Lo svolgimento di un’attività lavorativa che richiede la continua mobilità del dipendente;
      • La corresponsione al dipendente, in relazione allo svolgimento dell’attività lavorativa in luoghi sempre variabili e diversi, di un’indennità o maggiorazione di retribuzione ‘‘in misura fissa’’, attribuite senza distinguere se il dipendente si è effettivamente recato in trasferta e dove la stessa si è svolta. Aggiungendo che, in caso di mancata contestuale esistenza delle suindicate condizioni, è riconosciuto il trattamento previsto per le indennità di trasferta (comma 5 e comma 6 articolo 51 DPR n. 917/86);