Criptovalute in dichiarazione dei redditi: guida pratica

0
103
 

Come funzionano le Criptovalute? Come si forma un Bitcoin? Quando si genera reddito dalla Criptomoneta? Quali sono le regole giuridiche che disciplinano le monete virtuali? In questo articolo scoprirai come indicare nella tua dichiarazione dei redditi i guadagni derivanti dalle valute virtuali.

Le valute virtuali, o meglio le rappresentazioni virtuali di valore, possono essere definite come Criptovalute.

Le monete virtuali possono essere create da chiunque abbia capacità informatiche per costituire la tecnologia e sviluppare il software.

Una volta realizzata la tecnologia, un miner, che governa una blockchain, può generare valuta virtuale eseguendo calcoli matematici complessi.

Gli users la ottengono acquistandola dagli exchangers oppure scambiandola o compravendendola con altri soggetti, anche non professionali.

Una volta acquisita la Criptovaluta prescelta è possibile decidere se:

  • Detenerla in un digital wallet, con finalità di investimento nel medio/lungo periodo;
  • Cederla su piattaforme di scambio, con intento speculativo a breve termine;
  • Spenderla per i propri acquisti online.

Solitamente chi opera con le Criptovalute prima o poi deve scontarsi con il mondo reale. Mi riferisco a come le normativa civilistica e fiscale trattano questo argomento.

Di questo ne ho già parlato in un altro articolo dedicato ai Bitcoin in particolare.

In questo contributo, invece, voglio parlarti degli aspetti fiscali legati all’imposizione diretta ed indiretta di Criptovaluta virtuale.

Se sei pronto iniziamo.

[divider style=”solid” top=”20″ bottom=”20″]

MANCANZA DI UNA NORMATIVA LEGALE SULLE CRIPROVALUTE

L’utilizzo della Criptovaluta presenta alcune caratteristiche intrinseche negative.

Mi riferisco inevitabilmente al fatto che ancora la normativa civilistica non ha ancora provveduto ad adeguarsi. Le movimentazioni di denaro virtuale per la legge italiana non sono ancora stati oggetto di normativa specifica.

Come in tutti i settori spesso il mondo reale è sempre un passo indietro al mondo virtuale.

Inevitabilmente, è così anche per le Criptovalute.

Questo aspetto ha delle conseguenze sicuramente negative per ogni soggetto che tratta Criptovalute.

Cosa voglio dire? Vediamolo insieme.

RISCHI LEGATI ALLO SCAMBIO DI CRIPTOVALUTE

Avrai notato sicuramente online molto spesso una concreta mancanza di trasparenza, di chiarezza, la dipendenza totale dall’IT (Information Technology) e dalle reti. Avrai notato l’anonimato degli attori coinvolti nel mercato e il rischio di poter nascondere dietro ad una valuta virtuale movimentazioni non lecite.

Accanto a questo rischio vi è poi quello legato associato ad un alto livello di volatilità.

Inoltre, qualora un hacker si impossessasse della crittografia privata e delle credenziali del proprietario contenute nei digital hot wallets, sarebbero guai. Infatti, nessuna garanzia di rifusione sarebbe garantita per la persona offesa.

Ugualmente, nessun rimborso è previsto in caso di transazioni non autorizzate ovvero inesatte. Questo sia nell’indicazione sia dell’indirizzo digitale del beneficiario sia dell’importo trasferito.

Per questo motivo mi auspico che nei prossimi mesi possa esserci una presa di posizione importante dal parte del legislatore. Appare evidente quanto sia opportuno andare a definire in maniera dettagliata, le norme sulle monete virtuali.

In attesa di questo, vediamo la definizione che oggi possiamo dare alle Criptovalute.

[divider style=”solid” top=”20″ bottom=”20″]

DEFINIZIONE DI MONETA VIRTUALE

Considerati gli svariati settori e le diverse finalità in cui sono impiegate oggi le Criptovalute, sarebbe opportuno poter offrire una definizione completa.

L’aspetto più importante è quello di poter andare a definire in futuro una natura univoca del termine Criptovalute, valida per tutte le varie branche del diritto.

Per riuscire in questo intento è opportuno andare a guardare la funzione che, di volta in volta, le monete virtuali svolgono.

Precisamente, le valute virtuali hanno una natura mista.

A seconda del contesto di riferimento in cui sono utilizzate, potrebbero presentare le caratteristiche proprie:

  • Della moneta;
  • Delle commodities;
  • Dei titoli;
  • Dei diritti di baratto;
  • Del sistema di pagamento;
  • Del bene immateriale e, infine,
  • Della valuta estera.

Le economie moderne si basano sulla moneta fiduciaria, emessa da una banca centrale, accettata in cambio di beni e servizi.

Questo perché gli utilizzatori confidano che l’istituto emittente manterrà il suo valore costante nel tempo, valorizzandola come riserva di valore. E garantendone i diritti correlati.

Le Monete digitali sono state definite come una valuta non tradizionale, vale a dire diversa dalle monete con valore liberatorio.

Conformemente, la Direzione Centrale Normativa e Contenzioso ha definito le Criptovalute una tipologia di “moneta virtuale”. Si tratta di una “moneta” alternativa a quella tradizionale avente corso legale.

Moneta fondata sull’accettazione volontaria da parte degli operatori del mercato, senza quindi, un proprio corso legale. Si tratterebbe, quindi, di un sistema di pagamento decentralizzato.

Oltre a ciò si afferma che, ai fini IVA, l’attività di acquisto/vendita, posta in essere da una società, debba essere considerata quale prestazione di servizi esenti.

Prestazione da considerare esente IVA ai sensi dell’articolo 10, primo comma, n. 3), del DPR n 633/1972.

[divider style=”solid” top=”20″ bottom=”20″]

NORMATIVA FISCALE NAZIONALE SULLE CRIPTOVALUTE

I criteri da adottare, in sede di dichiarazione dei redditi derivanti dagli investimenti speculativi eseguiti con le c.d. rappresentazioni digitali di valore, sono definiti dall’Agenzia delle Entrate.

In particolare faccio riferimento alla Risoluzione n. 72/E/2016.

Tale documento di prassi, assimila ai fini fiscali le valute virtuali alle valute tradizionali estere. Per questo motivo è necessario tenere a mente quanto indicato nell’articolo 67, comma 1, lett. c-ter), del DPR n 917/86.

Tale norma annovera, fra i “redditi diversi di natura finanziaria”, le plusvalenze realizzate mediante cessione a titolo oneroso di valute estere. Le plusvalenze hanno rilevanza quando sono oggetto di cessione a termine o sono rivenienti da depositi o conti correnti.

Considerate le difficoltà di un’indagine caso per caso con riguardo alle intenzioni del detentore, la norma stabilisce una presunzione assoluta.

In pratica si tratta di effettuare una valutazione caso per caso.

ESEMPIO SULLE CRIPTOVALUTE

Faccio un semplice esempio.

Il prelievo di banconote o monete estere da un conto corrente o deposito rileva fiscalmente solo quando sono superate alcune soglie. Mi riferisco a quelle sul monitoraggio fiscale.

Mentre, il successivo utilizzo di moneta come mezzo di pagamento o la successiva conversione in euro o altra valuta, virtuale o convenzionale, non costituisce presupposto imponibile.

Fiscalmente, quindi, occorre capire il fine con il quale il soggetto che detiene Criprovalute opera. Se l’intento è quello speculativo, di scambio, o di utilizzo, eventuali plusvalenze devono essere dichiarate.

Il soggetto che, invece, detiene Criptovaluta, solo come mezzo di pagamento, non è soggetto a rilevanza reddituale per la tassazione di plusvalenze.

Questa valutazione non è sempre agevole, per questo motivo, un chiarimento sarebbe sicuramente auspicabile.

IMPONIBILITÀ DELLE CRIPTOVALUTE

Vediamo, a questo punto, come sono soggette a tassazione le plusvalenze derivanti dalla moneta virtuale.

Al fine di evitare di attrarre a tassazione fattispecie non significative, il comma 1-ter dell’articolo 67 del DPR n. 917/86 esclude l’imponibilità qualora si verifichi la seguente condizione.

la giacenza complessiva di tutti i depositi e conti correnti in valuta non sia superiore ad € 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui

In questo caso il contribuente è tenuto a dichiarare la plusvalenza nel quadro RT del Modello Redditi Persone Fisiche.

L’imposizione avverrà al momento del realizzo della plusvalenza tramite autoliquidazione.

Tale imposizione fiscale è costituita da un’imposta sostitutiva del 26%, come previsto dall’articolo 5 del D.Lgs. n 461/1997 (regime dichiarativo).

La base imponibile deve essere calcolata seguendo le regole indicate nell’articolo 68 del DPR n. 917/86.

Ai fini del calcolo delle plusvalenze/minusvalenze, il contribuente si deve avvalere delle certificazioni rilasciate dagli intermediari.

CERTIFICAZIONE INTERMEDIARIO ESTERO

Il possesso della certificazione rilasciata dall’intermediario con cui si effettua trading sulle Criptovalute ha importanza fondamentale. È sulla base di questa documentazione che sarà predisposta la dichiarazione dei redditi.

Sempre la stessa documentazione dovrà essere conservata in vista si un eventuale riscontro da parte degli organi dell’Amministrazione finanziaria.

Su questo aspetto è importante sottolineare che gli intermediari devono provvedere ad inviare certificazioni quanto più complete possibile.

Nella pratica professionale posso garantirti che questa cosa non avviene. Le certificazioni che si vedono sono poche, spesso incomplete.

Il rischio che puoi correre in questi casi, a parte quello di una truffa, è una contestazione da parte dell’Amministrazione finanziaria in caso di controlli.

REGIME DEL RISPARMIO AMMINISTRATO PER INTERMEDIARI RESIDENTI

Per avere una gestione fiscale più semplice è possibile pensare ad una gestione delle Criptovalute con il regime del risparmio amministrato.

Si tratta di un regime di tassazione applicato direttamente dall’intermediario, ai sensi dell’articolo 6 del D.Lgs. n. 461/97.

Al fine di trovare concreta applicazione pratica questo regime è necessario che l’intermediario finanziario non residente:

Attraverso questo regime non varia la percentuale di tassazione, ma la stessa viene trattenuta direttamente dall’intermediario. Imposta che da questi viene girata all’Erario senza interessare il contribuente.

Questo significa che il contribuente è esonerato dall’obbligo di includere i redditi diversi di natura finanziaria nella propria dichiarazione dei redditi.

Nella pratica non vi sono casi di intermediari che si occupano di Criptovalute che abbiano sede in Italia. In pratica, il regime del risparmio amministrato non trova concreta applicazione pratica.

QUADRO RT DEL MODELLO REDDITI PF

In presenza di operazioni con broker esteri il contribuente deve compilare il quadro RT della dichiarazione dei redditi.

Nel quadro deve indicare i redditi prodotti attraverso la cessione, a titolo oneroso, delle Criptovalute.

Se alla formazione del reddito di un contribuente concorrono redditi prodotti all’estero, le imposte ivi pagate a titolo definitivo sono ammesse in detrazione di quella netta dovuta. Questo ai sensi dell’articolo 165 del DPR n 917/86,

Questo fino alla concorrenza della quota d’imposta corrispondente al rapporto tra i redditi prodotti all’estero e quello complessivo, al netto delle perdite di precedenti periodi ammesse in diminuzione.

L’imposta estera, saldata a titolo definitivo ed eccedente la quota di spettanza dell’Erario domestico, relativa ai medesimi redditi esteri, costituisce un credito.

Tale credito è ammesso fino alla concorrenza dell’eccedenza della quota d’imposta nazionale rispetto a quella estera.

I crediti d’imposta così vantati dovranno essere indicati nel quadro CE del Modello Redditi PF.

L’istituto non è applicabile in presenza di redditi assoggettati a ritenuta a titolo di imposta, ad imposta sostitutiva. Per le Criptovalute, trattandosi di imposizione con imposta sostitutiva, non trova applicazione il credito per imposte estere.

Oppure, ancora, ad imposizione sostitutiva operata dal contribuente in sede di presentazione della dichiarazione dei redditi.

INDICAZIONI IN DICHIARAZIONE DEI REDDITI

Vediamo adesso qualche indicazione pratica che può essere utile per la dichiarazione dei redditi.

La plusvalenza (al netto di eventuali minusvalenze scomputabili) deve essere dichiarata nel quadro RT.

Si deve fare riferimento al criterio LIFO in caso di vendite parziali, liquidando la relativa imposta sostitutiva del 26%.

Il costo di acquisto della moneta, se non documentabile, può essere calcolato.

Per il calcolo è necessario dividere l’importo del bonifico effettuato all’exchanger per il numero di Criptovalute acquistate.

MONITORAGGIO FISCALE DELLE ATTIVITÀ FINANZIARIE ESTERE

I rapporti detenuti dal contribuente residente nel territorio nazionale con gli intermediari esteri rientrano tra i contratti derivati.

Si tratta a tutti gli effetti di rapporti finanziari stipulati al di fuori del territorio dello Stato. Essi soggiacciono, pertanto, alla disciplina contenuta nell’articolo 4, comma 1, del D.L. n 167/1990.

Mi riferisco alla disciplina legata al Monitoraggio Fiscale di attività finanziarie estere.

Sono obbligate a rispettare la normativa sul monitoraggio fiscale:

“le persone fisiche che posseggono investimenti all’estero ovvero attività estere di natura finanziaria, suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia”

Tali soggetti sono obbligati a dichiarare il possesso di investimenti finanziari esteri all’interno del quadro RW della dichiarazione dei redditi. Nello stesso modello dichiarativo devono assoggettare tali attività ad una imposta patrimoniale chiamata IVAFE.

Per quanto riguarda l’IVAFE è arrivato un chiarimento importante da parte delle Entrate.

Le Criptovalute non sono soggette a tassazione IVAFE in quanto l’imposta si applica esclusivamente ai depositi e conti correnti di natura “bancaria”.

TASSO DI CAMBIO DELLE MONETE SUL CONTO DI APPOGGIO

Tutti gli importi esposti nella dichiarazione devono essere espressi in euro.

Per questo motivo si rende necessario procedere ad individuare il corretto tasso di cambio da utilizzare per le Criptovalute da indicare.

La giacenza media del conto operativo deve calcolata sulla base del rapporto di cambio al 1° gennaio, rilevato sul sito dove il contribuente ha acquistato la valuta virtuale. Oppure, in mancanza quello dove ha effettuato la maggior parte delle operazioni.

Per approfondire: “Monitoraggio fiscale delle attività finanziarie estere

[divider style=”solid” top=”20″ bottom=”20″]

MOMENTO DICHIARATIVO DELLE CRIPTOVALUTE

Il controvalore in euro da indicare nel quadro RW degli investimenti e delle attività finanziarie espresse in valuta estera va calcolato con riferimento alla data del costo di acquisto.

Nel qual caso si applica il cambio medio del mese in cui ricade tale giorno. Questo come indicato nel provvedimento di accertamento dei tassi di cambio.

Il alternativa al costo medio del mese si deve prendere a riferimento il valore di mercato di queste attività. Valore che si determina in base ai cambi mensili. Tali valori sono resi disponibili tramite appositi provvedimenti emessi dall’Agenzia delle Entrate.

Anche le plusvalenze da indicare del quadro RT devono essere convertite in euro.

In questo caso la base imponibile è determinata assumendo il corrispettivo della cessione, ovvero il valore normale della valuta alla data di effettuazione del prelievo.

Come costo di acquisto deve essere preso a riferimento quello determinato sulla base del cambio storico. Se vi fossero acquisti di Criptovaluta in tempi diversi deve essere utilizzato il criterio LIFO.

In mancanza della documentazione relativa al costo sostenuto, si assume come tale il valore della valuta al minore dei cambi mensili.

Tutti i cambi devono essere accertati, con provvedimento dell’Agenzia delle entrate, nel periodo di imposta in cui la plusvalenza è realizzata.

Nel provvedimento di accertamento dei tassi di cambio, però, non sono indicati i valori da attribuire alle valute virtuali.

Tali valori non sono espressi nel portale della Banca d’Italia. La prima criticità sorge, quindi, quando il contribuente è tenuto ad indicare il controvalore in euro.

Se nessuna titubanza sorgerebbe quando le plusvalenze si generano con la conversione in valute Fiat, qualche dubbio emergerebbe se sono cambiate con altre valute virtuali. Oppure nel caso in cui tali valute virtuali permangano nel portafoglio dei titolari.

In generale, ai fini di detta valorizzazione, per similitudine, si potrebbe fare riferimento alla media delle quotazioni ufficiali rinvenibili sulle piatteforme on-line in cui avvengono le compravendite.

CONSERVAZIONE DELLA DOCUMENTAZIONE

A questo punto sorge un’ulteriore problematica dettata dalla conservazione della documentazione comprovante la quotazione.

Ovvero delle certificazioni rilasciate dai broker esteri, da preservarsi ai fini di un eventuale riscontro richiesto dagli organi dell’Amministrazione finanziaria.

Aspetto che potrebbe sembrare semplice qualora si decidesse di operare con degli exchangers qualificati. La cosa si rivela, invece, molto più complicata  quando l’investitore opera con intermediari non qualificati e resi anonimi dalla darknet.

Probabilmente, in questo contesto, i contribuenti non otterrebbero nessuna attestazione ed il cambio potrebbe essere differente da quello esposto nei mercati regolamentati. Con le conseguenze che si possono immaginare in caso di accertamenti.

Ai fini di detenzione per la prova, comunque, si potrebbe ipotizzare di eseguire uno screenshot dell’operazione finanziaria visualizzata nel digital wallet. Anche se ciò potrebbe non essere sufficiente per l’Amministrazione Finanziaria.

Su questo è necessario rifarsi a quanto previsto in tema di prova nelle indagini finanziarie.

In questo caso possono assumere valida valenza giustificativa solo gli atti ed i documenti che provengono dalla Pubblica amministrazione, da soggetti aventi pubblica fede (notai, pubblici ufficiali, ecc.). Oppure da soggetti terzi in qualità di parte di rapporti contrattuali di diversa natura (sempreché siano identificabili).

IDENTIFICAZIONE DELLO STATO ESTERO

Ulteriore criticità si presenta quando il contribuente è tenuto ad indicare, nella colonna 3 del quadro RW.

Mi riferisco al codice dello Stato estero in cui sono detenute le attività di natura finanziaria.

la conoscenza di quale sia lo Stato di origine delle eventuali plusvalenze, emerse dalla cessione di attività finanziarie ivi collocate, non è agevole. Anzì spesso è difficile se non impossibile da individuare.

Tale aspetto rileva anche ai fini dell’applicazione della Convenzione contro le doppie imposizioni, ove esistente e ratificata con lo Stato terzo.

Stante ciò, ci si chiede dove sono conservate le Criptovalute?

La risposta non sembrerebbe univoca.

Tuttavia, considerata la tecnologia su cui si fondano i VCS’s, si potrebbe affermare che siano detenute nel portafoglio virtuale ove sono salvate le chiavi pubbliche e private. Così come ipotizzato anche dall’Agenzia delle Entrate.

Per conoscere lo Stato estero è necessario sapere ove è detenuto il digital wallets.

A tal proposito, si rammenta che, per installare un wallet digitale, è necessario un software ricercabile sui siti web dedicati che si trovano nella rete memorizzati su server di proprietà di terze parti.

Detto software è poi possibile installarlo su portafogli del tipo mobile, dekstop e on-line ovvero in paper o hardware.

Tale conclusione non sembrerebbe così agevole in relazione ai portafogli digitali conservati su dispositivi mobili. Dispositivi che, per loro natura, seguono i movimenti del proprietario.

ESEMPIO DI DETENZIONE DI CRIPTOVALUTE

Si ponga il caso di uno smartphone posseduto da un contribuente che viaggia in vari Paesi.

Quale sarebbe il luogo da indicare nella dichiarazione? 

Quello dove la persona ha dichiarato la propria residenza o dove trascorre la maggior parte del tempo?

Una risposta si potrebbe ricercare nelle regole fiscali internazionali relative alla residenza delle persone fisiche.

Regole contenute nell’articolo 4 del Model Tax Convention on Income and on Capital del 21 novembre 2017.

Secondo tale articolo si dovrebbe presumere che il luogo di detenzione delle valute virtuali coincida con lo Stato in cui il contribuente ha dichiarato il domicilio o la residenza

Ovvero nel luogo in cui sono stati accertati secondo dette regole, non potendo utilizzare, per ovvie ragioni, le Convenzioni per evitare le doppie imposizioni.

Qualora, invece, il wallet digitale si appoggi sui siti web di prestatori di servizi, a loro volta contenuti su servers di proprietà ovvero di terze parti.

Come nel tipo di portafogli on-line, difficilmente il contribuente sarà in grado di conoscere il luogo del loro posizionamento nel globo. E, quindi, lo Stato in cui è detenuta la sua valuta virtuale.

DEEP WEB

In più si deve accettare che, se si opera nel Deep Web, anche per un contribuente virtuoso, sarà praticamente impossibile ottenere informazioni. Considerato che l’anonimato è la caratteristica principale di quel lato profondo del web.

Quest’ultima criticità sembrerebbe insuperabile con l’attuale scienza tecnologica a disposizione.

Se, infine, si ritenesse che, un pò come avviene per una carta di pagamento ed il suo deposito presso un istituto di credito, le valute virtuali siano detenute nella blockchain. Ovvero in un blocco di essa, considerata la sua struttura informatica, allora, si dovrebbe iniziare a pensare di eliminare dalla dichiarazione qualsiasi riferimento allo Stato estero.

Soluzione, però, che sembrerebbe non percorribile stante l’attuale quadro normativo.

[divider style=”solid” top=”20″ bottom=”20″]

CRIPTOVALUTE E DICHIARAZIONE DEI REDDITI

Se hai deciso di leggere fino in fondo questo articolo sicuramente hai effettuato delle operazioni con le monete virtuali.

Per questo motivo ti consiglio di fare molta attenzione per quanto riguarda la determinazione delle eventuali plusvalenze da tassare.

Allo stesso tempo, devi fare attenzione anche al monitoraggio fiscale qualora alla fine dell’anno le monete virtuali fossero ancora in tuo possesso.

Per avere maggiori informazioni o per analizzare la tua situazione contattami in privato per una consulenza personalizzata.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.