Fast Fashion: organizzazione Internazionale delle imprese Retail

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Fast Fashion: le caratteristiche delle imprese che operano nella moda veloce. Analisi economica del settore, e le ipotesi di internazionalizzazione. 

In questo articolo voglio illustrarti le peculiarità dei sistemi organizzativi caratterizzanti le imprese del retailing a livello internazionale.

Questo con un focus particolare sui motivi che hanno portato alla nascita del fast fashion o “moda veloce”.

L’obiettivo è di comprendere meglio la ragione che ha portato alla nascita di un numero sempre maggiore di aziende della distribuzione al dettaglio.

Le imprese retail negli ultimi anni hanno modificato la propria catena del valore. Lo hanno fatto apportando al suo interno alcune innovazioni, fino a sviluppare una supply chainagile”.

In questo articolo scoprirai le caratteristiche della supply chain delle aziende che si occupano di Fast Fashion.


Fast Fashion: il retailing internazionale

Originariamente, il retailing consisteva in un insieme limitato di attività svolte da soggetti che acquistavano le merci dai produttori più vicini per poi rivenderle all’interno del mercato locale.

Ad oggi, invece, questo business è diventato un fenomeno globale in continua evoluzione. Esso è caratterizzato dallo sviluppo di grandi catene nazionali e internazionali (Wal-Mart, Carrefour, Inditex, Metro) che commerciano in tutto il mondo una grande varietà di prodotti e/o servizi.

Si va dall’abbigliamento, all’elettronica, dall’oggettistica per la casa e i generi alimentari, ai biglietti per spettacoli.

Grande impatto in questo settore hanno avuto i grandi retailers. Imprese che si focalizzano su una tipologia merceologica ben precisa e si specializzano nel venderla a prezzi estremamente bassi. Al tempo stesso offrendone un assortimento molto vasto.

Questa strategia, è capace di annientare del tutto la concorrenza da parte di altri venditori al dettaglio, indipendentemente dalle loro dimensioni.

Bricks and clocks combination

Nonostante le persone associno spesso il retailing alla vendita all’interno di negozi standardizzati, la maggior parte dei dettaglianti affianca all’attività in store quella dell’E-commerce.

Si tratta delle cosiddette “bricks and clicks combinations“. Creare degli shop virtuali in cui il cliente può cercare la soluzione su misura per lui rimanendo comodamente seduto a casa.

Su questi aspetti in Italia il precursore è stata la catena OVS. Ne parlerò meglio più avanti.

Integrazione verticale nel settore retail

All’interno del modello tradizionale di filiera produttiva, il dettagliante fa comunemente da intermediario tra il grossista (wholesaler) e il consumatore finale. Tuttavia, ma non necessariamente il primo deve essere presente.

Non è inusuale trovare infatti alcuni retailers che svolgono anche la funzione di produttore e/o di grossista e forniscono le proprie merci ad altri soggetti. Come centri commerciali, supermercati, o proprietari di piccoli negozi.

Tutto ciò dipende dal grado di “integrazione verticale” dell’impresa. Ovvero da quante fasi della supply chain, o filiera produttiva, essa decide di incorporare al suo interno.

Vi sono due macro-categorie di integrazione verticale:

  • ascendente” o “a monte”. Caratteristica dell’impresa che acquista solo in parte le materie prime, o addirittura le produce autonomamente;
  • discendente” o “a valle”. Quando l’azienda ha un forte controllo sul proprio sistema distributivo

che, a seconda dell’intensità con cui vengono usate, permettono di distinguere a loro volta tra integrazione:

  • totale“. Si ha nel momento in cui l’azienda decide di svolgere al suo interno tutte le fasi della filiera. Compresa la produzione delle materie prime;
  • completa“. In questo caso le materie prime vengono acquistate da fornitori esterni (un esempio è Luxottica);
  • parziale“. Nel caso in cui l’impresa decida di esercitare un minore controllo sulla supply chain e acquisti una parte degli input da fornitori esterni. Mentre un’altra la produca all’interno (come nel caso di Benetton).

L’integrazione verticale parziale presenta in realtà il pregio di una maggiore flessibilità a causa dei costi fissi minori. Costi che comportano quindi un rischio inferiore al variare della domanda.

Internazionalizzazione del settore retail

Vi sono due motivi principali che potrebbero spingere un’impresa a internazionalizzare. La volontà di rispondere a migliori opportunità offerte dal mercato estero (risposta proattiva). Oppure la saturazione dell’economia domestica (risposta reattiva).

L’internazionalizzazione può avvenire con un approccio globale oppure multinazionale.

Approccio Globale all’internazionalizzazione

Nell’approccio globale l’impresa si approccia all’estero ipotizzando che le caratteristiche dei consumatori siano identiche in tutti i Paesi. Vedi il caso IKEA che vende in tutto il mondo la stessa tipologia di articoli. Oppure la stessa Benetton.

I retailers globali possiedono una peculiarità distintiva. Ovvero il fatto di avere un’integrazione verticale particolarmente accentuata. Molti di essi controllano gran parte delle fasi della supply chain. Dall’ideazione del prodotto fino alla distribuzione al dettaglio, conseguendo significative economie di scala.

Approccio multinazionale all’internazionalizzazione

Dalla parte opposta si trovano, invece, le organizzazioni aziendali di tipo multinazionale. Anch’esse possiedono un ampio portafoglio di affiliati, chiamati “strategic business units” o SBU. Tuttavia, a differenza del sistema globale, cercano di adattare la propria formula imprenditoriale (in particolare il marketing mix) alle diverse realtà. Questo in modo da penetrare al massimo il mercato locale.

L’esempio più lampante è quello di ipermercati come Carrefour. Negozi che offrono tipologie di articoli simili, ma adattate in base a ciò che il cliente si aspetterebbe di trovare.

Le caratteristiche di entrata in un mercato internazionale

Nel momento in cui un retailer decide di espandersi in un’economia estera, deve tenere conto di alcuni fattori chiave:

  • Le caratteristiche del mercato del retail all’interno dell’economia domestica;
  • Le caratteristiche del mercato del retail all’interno dell’economia non domestica e la presenza o meno di concorrenti;
  • Valutare l’impatto che potrebbe avere il metodo che si vuole utilizzare per internazionalizzare l’attività;
  • La presenza o meno di soggetti che partecipano a realizzare il progetto di internazionalizzazione.

Si tratta di caratteristiche che tutte le imprese del settore retail che si sono internazionalizzate hanno cercato di sfruttare.


Il mondo del Fast Fashion

Negli ultimi 30 anni, l’industria dell’abbigliamento ha subito profondi cambiamenti nell’assetto organizzativo.

Cambiamenti dettati soprattutto dal declino della produzione di massa, tipica degli anni Ottanta. Produzione in cui la tendenza generale era quella di creare capi standardizzati, a favore di una maggiore personalizzazione di questi ultimi. Questo per cercare di rispondere alle crescenti esigenze del consumatore.

L’aumento del numero di stagionalità nella moda, dalle due/quattro del passato, è arrivato oggi anche alle venti proposte annuali di marchi come Zara. Questa nuova struttura della supply chain, ha costretto i retailers a puntare su soluzioni low cost. Soluzioni basate su una maggiore flessibilità nel design e nella qualità e su un sistema distributivo più veloce.

Il concetto di fast fashion si è sviluppato in Europa ed originariamente aveva come scopo quello di soddisfare la richiesta di teenager e giovani donne. Soggetti che cercano prodotti trendy, sempre nuovi e low cost, da acquistare anche in piccoli negozi retail.

L’elemento chiave di questo sistema organizzativo, è l’abilità nell’identificare le preferenze dei consumatori e nel comprendere velocemente quali sono i dettami che faranno tendenza. Questo grazie alla vicinanza con i mercati della moda e i fashion creator.

Fast Fashion come adattamento dell’alta moda

Gli articoli che vengono proposti da questi retailers, infatti, non sono delle novità, ma sono frutto dell’adattamento di capi già visti nelle più recenti sfilate utilizzando colori e materiali diversi.

 “fast fashion serves up trends à la carte

Da questo, si capisce come le società del quick fashion siano dotate di una supply chain tale per cui è possibile ottenere le materie prime, produrre dei campioni e spedirli in un intervallo temporale molto più breve rispetto al passato. Inoltre, è molto più semplice regolare le quantità necessarie per soddisfare la domanda. Questo in quanto nel momento in cui quest’ultima dovesse allargarsi, la produzione subirà un incremento. Mentre nel caso si verificasse un calo improvviso, basterà arrestare la fabbricazione.

Il fast fashion, al contrario, non si limita alla creazione di alcuni modelli scegliendo tra quelli più venduti. Tuttavia essa ha come obiettivo quello di definire una collezione più ampia, composta da numerosi pezzi che siano coerenti tra loro e rispondano tutti a un preciso canone stilistico aziendale.
Per fare un esempio pratico, Zara tipicamente in un anno crea all’incirca 11.000 capi, un record se si pensa che altri suoi potenziali rivali, come H&M e The Gap, ne realizzano di media tra i 2.000 e i 4.000 l’anno. 

Vediamo, quindi, di seguito le caratteristiche principali del Fast fashion.

Fast Fashion: il ruolo chiave del marchio

Una strategia che merita un discorso a parte, è la politica di brand.

Le società tradizionali di moda, utilizzano normalmente un’unica insegna e un genere di articoli che rimandino il più possibile a un capo best seller della collezione. Mentre nella seconda tipologia di organizzazione imprenditoriale spesso vengono sviluppate diverse linee di prodotti sotto marchi differenti che vengono acquisiti col tempo.

L’esempio per eccellenza è quello di Inditex, proprietario di marchi come Zara, Pull&Bear, Massimo Dutti e Bershka. Marchi che, pur appartenendo allo stesso gruppo, hanno in realtà stili molto diversi tra loro. Cosa che per le aziende di abbigliamento tradizionaliste non sarebbe invece concepibile

Il lead-time

Il mondo del fashion presenta alcune peculiarità, che con il trascorrere del tempo hanno portato a soluzioni sempre più innovative per cercare di gestirle al meglio. Le caratteristiche del mercato della moda sono:

  • Brevi cicli di vita
  • Alta volatilità
  • Scarsa prevedibilità
  • Forte ruolo dell’impulsività al momento dell’acquisto

Queste particolarità, unite alla preoccupazione di dover continuamente “rinfrescare” le collezioni presenti in negozio, ha accresciuto il bisogno di ridurre il più possibile il lead-time. Ovvero il lasso temporale che separa il momento in cui viene presentata l’offerta, da quello in cui viene soddisfatta la domanda.

Fast Fashion e filiera produttiva “agile”

La velocità e la capacità di valorizzare l’elemento creativo sono due delle ragioni principali del successo del modello fast fashion, però non possono essere le uniche. Esso, infatti, si è affermato anche perché ha saputo adattarsi bene al cambiamento nel modo di pensare e agire delle persone.

Soggetti che non volevano più omologarsi ai canoni imposti dal marketing delle imprese, ma preferivano cercare un proprio stile indossando capi di design, mescolati ad altri low-cost. A questo riguardo, è significativa la frase pronunciata dal direttore marketing di H&M, che riassume perfettamente il pensiero che vuole trasmettere l’industria della moda veloce:

You can dress from head to toe in Gucci if you like –that proves you’re rich, but it doesn’t prove you have taste. It’s more imaginative to wear your Gucci with some H&M. That’s why Vogue readers are among our most loyal clients

Fast Fashion e creazione di uno stile unico

L’idea, quindi, è quella di alimentare il desiderio dei consumatori di “emergere dalla folla” acquistando diversi tipi di vestiti (fast fashion, vintage e di design) e unirli assieme per ottenere uno stile unico.

Il prodotto moda un prodotto ibrido, nel quale il valore immateriale è significativamente superiore a quello del suo contenitore materiale. Prodotto con una natura non strettamente industriale, ma nemmeno strettamente culturale o artistica.

Vantaggi del Fast Fashion

Il sistema migliore per vendere questa merce sembra essere proprio quello veloce, perché risolve tre tipi fondamentali di problema:

  • La volatilità della domanda
  • Rischi legati ai costi fissi
  • Supply chain complessa

Volatilità della domanda

Anzitutto quello comportato dalla volatilità della domanda che è tipico del settore moda. Non è facile, infatti, prevedere con anticipo quali saranno i trend futuri e una produzione sbagliata vuol dire danni ingenti per l’intera azienda. Il pericolo maggiore, ovviamente, è a monte della catena produttiva, quando le informazioni disponibili sono ancora scarse. Mentre diventano più attendibili a mano a mano che ci si avvicina all’esperienza di acquisto.

Problema dei costi fissi

Ancora, per i fashion retailers i rischi maggiori sono dati dai costi fissi, cioè le spese che non dipendono dalla quantità di output prodotto e dai costi affondati. Costi che rientrano nell’ammontare di importi non recuperabili nel caso in cui le vendite dovessero andare male.

Il fast fashion può aiutare a ridurre questa problematica, in quanto oneri come la ricerca, la distribuzione e la comunicazione, che sono standard e non vengono determinati dalla quantità di produzione, sono più limitati rispetto a quelli della moda programmata.

Gestione di una supply chain complessa

Un’altra incognita, non di minore importanza, è l’abilità nel gestire una supply chain compl.essa. Catena che opera in una modalità duale, da un lato modernizzando e dall’altro cercando di carpire gli ultimi trend in fatto di consumo.

Agile supply chain

Un ruolo chiave ha quindi il coordinamento tra gli attori della filiera, i quali devono cercare di innovare il più possibile in modo da evitare pericoli di imitazione.

In seguito ai cambiamenti nell’organizzazione dell’apparato aziendale per la categoria moda, si è sviluppata una nuova tipologia di catena del valore, con una struttura più snella. Struttura in grado di soddisfare tutte le esigenze elencate poc’anzi: si tratta della cosiddetta “agile supply chain

Internazionalizzazione del Fashion retailing

Come la maggior parte delle aziende del retail, anche quelle del fashion system aspirano a operare in molteplici Paesi, oltre che il proprio, con la speranza di accrescere i loro profitti.

Il processo di internazionalizzazione è però estremamente complesso e il mondo economico moderno vede la coesistenza di retailers che producono a livello nazionale e imprese cosiddette born global.  Imprese che presentano fin dalla nascita uno spiccato profilo internazionale, spesso grazie all’uso di sofisticate tecnologie o al contributo di giovani imprenditori.

Normalmente, è molto più facile riuscire a rendere globali i prodotti industriali piuttosto che i servizi. Così come risulta molto più semplice l’internazionalizzazione per le società che vendono tramite outlet di piccole dimensioni e specializzati (come Calzedonia), anziché in grandi outlet multimarca.

Espansione internazionale dei fashion retailers

Il successo dell’espansione di molti fashion retailers oltre i confini locali è stato attribuito a vari fattori, come:

  • Il format più ridotto (in termini di grandezza degli store), che richiede un minore investimento di capitale;
  • La facilità di entrata e uscita dal mercato;
  • L’uso di agevoli soluzioni di accesso nello Stato straniero come il franchising;
  • Possibilità di replicare un modello standard anche all’estero. Cosa che risulterebbe più difficile per un’impresa, ad esempio, di food retailing.

Il processo di espansione ha avuto un incremento nel momento in cui:

  • Da un lato l’Unione Europea ha soppresso le restrizioni che impedivano di creare delle filiali/sussidiarie in territorio straniero e,
  • Dall’altro, quando il WTO (World Trade Organization) ha rimosso, le quote di importazione di prodotti tessili e abbigliamento nei mercati europeo, americano e canadese.

Imprese di clothing nel mondo

Per questo motivo si è registrato, a partire dai primi Duemila, un cambiamento significativo nell’industria del clothing. Quella del Vecchio Continente era sempre più caratterizzata da una produzione frammentata, ad opera di piccole e medie imprese che erano localizzate principalmente in Italia, Francia, Regno Unito, Germania e Spagna. Mentre le alleanze strategiche diventavano sempre più frequenti.

La tendenza generale, poi, era quella di mantenere un’organizzazione aziendale integrata verticalmente, quasi sempre in misura parziale anziché completa e di utilizzare contratti di subappalto e delocalizzazione. Questo per ampliarsi in Paesi con economie, cultura o politiche simili alla propria. Zara, per esempio, ha avviato la sua internazionalizzazione espandendosi anzitutto nei vicini mercati portoghese e francese.

Nel momento in cui i retailers aumentano la loro attività estera e internazionalizzano sempre più fasi della filiera distributiva, incrementa anche il numero di azionisti coinvolti. Si va dai dipendenti, ai fornitori, ai clienti, ai concorrenti, fino ai governi. Tutto ciò comporta un maggiore rischio di fallimento, dovuto alla crescente complessità delle operazioni aziendali.

Zara, prima di diventare famoso in tutto il mondo, era nato come impresa di stampo prettamente nazionale, con 500 punti vendita, di cui tre quarti localizzati in Spagna. Con il passare del tempo, invece, il Gruppo Inditex, ha cominciato a espandersi anche nel resto d’Europa.

Canali di vendita nel fashion retail: il concept store

Le moderne imprese del fashion retail, si sono mosse verso l’adozione di una struttura organizzativa integrata verticalmente a valle. Questo per riuscire a mantenere il pieno controllo sull’intero sistema distributivo.

In particolare, nel mondo della moda si parla a questo proposito di “vertical branding”.

Termine utilizzato per sottolineare come l’organizzazione aziendale venga predisposta col fine di monitorare tutte le figure che compongono la filiera produttiva, compresi i franchisee.

Questo concetto, vuole sottolineare ulteriormente la centralità del punto vendita come luogo di incontro tra brand identity e customer experience. Come canale composto da “una serie di elementi hard (location, layout interno ed esterno) e di elementi soft (intrattenimento e servizi)” capaci, se usati sapientemente, di fidelizzare il consumatore all’azienda

La vendita di oggi nei concept store

Nel settore del fast fashion lo store è inteso in senso più ampio rispetto al suo scopo originario di “contenitore” di tutte le merci destinate ad essere vendute. Esso si trasforma e si modella a seconda delle necessità del cliente e diventa un luogo di evasione dalla monotonia di tutti i giorni.

Oggi la gran parte dei futuri acquirenti preferisce visualizzare un’anteprima dei prodotti sul sito dell’impresa prima di procedere con la compera in negozio. Inoltre, la maggioranza di questi ultimi predilige ancora la spesa “fisica” a quella virtuale. Questo soprattutto se si tratta di moda o accessori, che racchiudono al loro interno una dimensione emozionale che non può essere replicata attraverso un semplice schermo.

Perciò, non è possibile eliminare la presenza materiale dello shop durante l’acquisto. Tuttavia, al tempo stesso non si può svolgere una simile attività a prescindere dall’uso di Internet.

Per questo motivo, alcuni retailer hanno adottato soluzioni particolarmente innovative che uniscono l’esperienza materiale con quella digitale.

Obiettivo dello store: shopping experience unica

La tipologia di negozio è cambiata anch’essa e oggi vi sono nuovi formati che tentano proprio di conciliare l’obiettivo aziendale (il profitto) con la volontà di far vivere al cliente una shopping experience unica.

Tra questi, merita particolare attenzione il “flagship store” o “concept store“, ovvero

lo spazio commerciale, costruito intorno ad un tema specifico, in cui i prodotti sono messi in scena in un contesto spettacolare ed espressivo. Dove prima dei prodotti ciò che si vuole proporre è la gratificante esperienza che il consumatore può provare nel negozio stesso

Il commerciante, in questo caso, si adopera affinché il layout del punto vendita esprima appieno l’identità dell’azienda. Questo  tramite decorazioni e servizi particolari che lo arricchiscano agli occhi dei clienti.

Ciò che questi ultimi sperimentano quando entrano nello store, non è un semplice rifornimento di beni di prima necessità, ma un momento gratificante all’insegna del divertimento e dell’entusiasmo.

Momento che viene esaltato ancora di più nel caso in cui il luogo di vendita sia capace di regalare un “effetto sorpresa”. Magari aggiungendo un corner dove è possibile gustarsi un aperitivo tra una spesa e l’altra.

Dove sono localizzati i flagship?

I flagship spesso sono localizzati in punti nevralgici delle principali città (come Milano, Londra, New York) e utilizzano (anche se non sempre) spazi di grandi dimensioni (sono da 5 a 8 volte più grandi del classico retail store e occupano, in media, 4 ).

Si tratta di negozi monomarca il cui obiettivo primario non è necessariamente ricavare alti profitti, ma comunicare al massimo la brand identity. Questo indipendentemente dalla quantità di prodotti venduti. Per questo motivo, essi vengono amministrati direttamente dalla casa madre, che sopporta da sola tutte le spese necessarie che dei partner terzi non sarebbero in grado di affrontare.

Elementi chiave del negozio concettuale

Al fine di realizzare tutto ciò, bisogna far leva su alcuni elementi che sono tipici del negozio concettuale raggruppati con il nome di “Strategic Experiential Modules (SEM)”:

  • Sense“. Si riferisce all’incitamento nell’uso di tutti e 5 i sensi;
  • Feel“. Ovvero la capacità di trasmettere positività;
  • Think“. Riguarda l’attività del problem solving, ma anche il grado di coinvolgimento del cliente nell’esperienza;
  • Act“. Abilità nella comunicazione di un determinato lifestyle;
  • Relate“. Fa riferimento alla capacità di mettere in reazione tra loro i clienti e questi ultimi con la società reale.

Sebbene l’investimento in questo tipo di negozi possa rivelarsi molto dispendioso in termini economici per l’azienda, per essere competitivi non si può prescindere da esso.

Infatti, nonostante l’elemento virtuale venga oggi sempre più valorizzato, serve comunque che esso sia affiancato dall’elemento fisico, che nel mondo della moda ricopre ancora un ruolo chiave.

Inoltre, la creazione di un flagship store, è utile per.diversi motivi. Anzitutto è indice di fiducia nel proprio brand, cosa che rafforza lo status dell’imprenditore e lo rende credibile agli investitori. In secondo luogo, la disponibilità di ampie superfici gli permette di sperimentare nuove soluzioni di vendita e ampliare il proprio potere concorrenziale. Infine, questa soluzione rafforza e supporta le relazioni tra il retailer e i suoi diversi partner (“distribution partners, the fashion media, and customers”).

La digitalizzazione della shopping experience: l’e-commerce non basta più?

Il retailing, compreso quello del fast fashion, sta unendo sempre più l’esperienza di acquisto reale, nel negozio, con quella virtuale, che può svolgersi tramite l’uso di apposite piattaforme su Internet.

Ad oggi quasi tutti i più importanti fashion retailers mondiali hanno un sito Web. Un portale dal quale il cliente può visualizzare un’anteprima della collezione presente nel punto vendita, le offerte del periodo. Ed, eventualmente, può comprare i capi che più preferisce.

Perciò, avere un sito Internet e un canale e-commerce all’avanguardia, potrebbe non essere più sufficiente a fini competitivi, ma bisogna spingersi oltre.

Fast Fashion: il caso OVS digital experience

Questo è quello che ha tentato di fare OVS Industry in partnership con Google, tramite la “OVS digital experience“.

Con questa idea di business, messa in pratica finora solo nello store di Milano, il compratore che entra in un negozio OVS, ha la possibilità di interfacciarsi con commessi dotati di iPad per verificare la disponibilità delle taglie e i punti vendita in cui è possibile trovarle. Inoltre, il cliente può utilizzare dei totem touch screen distribuiti in tutto lo store dove il cliente può consultare cataloghi, guardare filmati, ascoltare consigli.

Inoltre, l’azienda veneta ha creato un “camerino virtuale” dove il cliente, mentre prova i vestiti, può contemporaneamente interagire con uno schermo. Strumento tramite il quale è possibile condividere i propri look con gli amici su un social network per ricevere suggerimenti. Tutto questo semplicemente scaricando una app.

Se poi durante la prova un capo non rispecchia le aspettative del cliente, quest’ultimo, sempre tramite il touch screen in camerino, può contattare direttamente l’addetto alle vendite per chiedergli di cambiarlo e, in caso non fosse disponibile in negozio, quest’ultimo può cercarlo in altri store della catena e provvedere affinché gli venga recapitato.

Conoscenza del cliente ed esperienza personalizzata

Tutto ruota ormai attorno ad una conoscenza profonda del consumatore, al quale non è più sufficiente offrire un prodotto low cost per convincerlo a comprare. E’ necessario offrirgli un’esperienza personalizzata, che può concretizzarsi solo nel punto vendita.

Per studiare a fondo le sue preferenze, è necessario sviluppare al massimo il canale del mobile che contribuisce ad una fetta del 20% delle vendite nel retail.

Inoltre, è importante avere una conoscenza approfondita di social media come Facebook, Twitter o Instagram, il cui potenziale di crescita è enorme. Milioni di persone (solo Facebook conta più di un miliardo di utenti!) possono condividere opinioni, foto ed esperienze tramite queste piattaforme virtuali. Se un retailer sfrutta in modo appropriato questo canale, è in grado sicuramente di aumentare la propria visibilità, attirare più clienti e, soprattutto, a conoscere meglio la sua clientela.

Sarebbe utile, ad esempio, che i brand di vendita al dettaglio predisponessero all’interno delle proprie app la possibilità di connettersi anche a questi social network. Luoghi dove l’utente, dando dei giudizi sulla sua shopping experience, può trasformarsi in una influente fonte di pubblicità gratuita per il retailer.

Sicuramente la creazione di un canale di vendita “ibrido” rappresenta la soluzione strategica migliore per un’azienda retail che vuole essere competitiva.

Come ha detto Jeff Bezos, ideatore di Amazon, ciò che l’azienda deve fare è creare “shoptainment” cioè saper regalare al consumatore-utente un momento di acquisto che sia al tempo stesso un divertimento. Deve essere capace di stupirlo e accontentarlo al tempo stesso. Seppure iniziative come quelle di OVS siano costose, esse rappresentano in realtà un potenziale investimento, che può fare la differenza tra un’impresa “obsoleta” ed un’altra proiettata nel futuro.


Fast Fashion e internazionalizzazione: conclusioni

In questo articolo ho cercato di riepilogare quali possono essere i fattori critici di successo di imprese che operano nel settore Fast Fashion

L’internazionalizzazione è ormai da tempo un fattore critico di successo. La presenza di un brand forte di tipo globale è ormai imprescindibile. Allo stesso modo riuscire a controllare la propria integrazione verticale a valle è di fondamentale importanza.

Capire quando effettuare l’apertura di uno store direttamente oppure tramite franchising può fare la differenza. Così come sapersi collocare vicino ai proprio concorrenti è un altro aspetto che ormai tutte le imprese del settore effettuano. 

Tutto questo senza dimenticare il fatto che il concept store legato ad una tipologia di vendita ibrida è fondamentale per garantire l’esperienza cliente necessaria alla vendita. 

Mi auguro che questo articolo possa esserti stato di aiuto per apprendere e migliorare le potenzialità del tuo business. Se hai dubbi o domande lascia pure un commento.

 

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